CANNES 62 - "Yuki et Nina" di Suwa Nobuhiro e Hippolyte Girardot (Quinzaine des réalisateurs)
Suwa è un autentico scienziato di quei contrappesi spaziali che fanno l’inquadratura e che costituiscono la base di quell’arte solo apparentemente morta che è la “messa in scena”. Yuki et Nina è un viaggio di maturazione, che partendo dalla scoperta della separazione come doloroso ma fondamentale humus di ogni rapporto umano, ci mostra l’elaborazione di essa in termini grafici e spaziali
Yuki è una bambina giapponese di padre francese e madre giapponese. La separazione dei genitori fa profilare per lei la prospettiva di doversene andare da Parigi (e quindi abbandonare l’amica francese Nina) per seguire la madre a Tokyo.
Fino qui, chi è familiare con l’opera di Suwa Nobuhiro avrà riconosciuto una certa vicinanza con M/Other, suo acclamato esordio di una decina di anni fa. Questo nuovo progetto, però, a un certo punto prende la tangente di un’astrazione ancora maggiore di quella che permea ogni inquadratura e che fa di Suwa uno dei massimi architetti del cinema mondiale. Anche più di questo, Suwa è un autentico scienziato di quei contrappesi spaziali che fanno l’inquadratura e che costituiscono la base di quell’arte solo apparentemente morta che è la “messa in scena”.
Questa tangente presa a un certo punto è la fuga di Yuki e Nina in una foresta, fuga dal mondo incomprensibile degli adulti e che piano piano si rivela a metà tra una “vera” fuga e una specie di fantasia di compensazione delle bambine. Tant’è che Yuki, qualche minuto dopo essersi persa tra alberi francesi, si ritrova d’emblée in Giappone. E da qui in poi la struttura del film si frantumerà in un andirivieni irrisolto, non solo tra diversi continenti, ma anche tra diversi stili (la telecamerina con cui Yuki gira a Tokyo le sue videocartoline da mandare a Nina).
I meticolosi piani-sequenza perlopiù fissi di Suwa elaborano graficamente la separazione tra i personaggi, spazializzano le lacerazioni psicologiche tra loro, fanno delle ferite interiori una questione metafisica, un sistema astratto di distanze. Un’osservazione tanto informe, fluida e quotidiana quanto spigolosa e geometrica (M/Other per esempio faceva pensare a uno strano ircocervo tra Ozu e Cassavetes). Più arioso e aperto rispetto agli altri suoi lavori (merito anche del co-regista Hippolyte Girardot, cui è spettata piuttosto evidentemente la direzione degli attori), Yuki et Nina è un viaggio di maturazione, che partendo dalla scoperta della separazione come doloroso ma fondamentale humus di ogni rapporto umano, ci mostra l’elaborazione di essa. A partire, evidentemente, da quella elaborazione delle distanze che è la messa in scena, che fa di ogni inquadratura il vetrino di un microscopio, che espone sulla superficie una separazione che siamo abituati a pensare soprattutto come interiore. È soprattutto giocando con lo spazio, e giocando (nella seconda parte soprattutto, più libera della prima) a moltiplicare le divagazioni e le pieghe laterali fatte prendere al racconto (come l’inattesa svolta finale intrapresa dal personaggio della madre di Yuki), che Suwa si avvicina alla dimensione del gioco, indispensabile alle due ragazzine per superare il trauma della separazione. Una difficile ma vitale, dolente ma ilare, presa di confidenza con lo spazio, al di là della separazione delle persone e soprattutto dei loro luoghi. Che diventano indifferenti, presi tutti come sono nelle maglie astratte dello spazio.
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