CANNES 62 - "Los abrazos rotos", di Pedro Almodóvar (Concorso)
Il melodramma dell’autore spagnolo non è più fiammeggiante ed esplosivo come una volta ma resta relegato su un piano teorico e tenuto sotto ferreo controllo. Con questa pellicola il regista (ci) apre le porte del suo personale museo del cinema. Un museo ricchissimo, dove c’è tutto il passato. Anzi, solo il passato e il suo set ha quella decadenza della vecchia villa di Viale del tramonto
Pedro Almodóvar ci riprova a conquistare la Palma d’Oro. Dopo averla sfiorata nel 1999 con Tutto su mia madre (Premio per la regia) ed averci provato nel 2006 con Volver (2006), il regista spagnolo è certamente uno dei favoriti di quest’anno. Eppure il suo cinema appare ormai in una piena involuzione già annunciata parzialmente da La mala educación. Il suo melodramma non è più fiammeggiante ed esplosivo ma resta relegato su un piano teorico.
Nel 1994 lo sceneggiatore e regista Mateo Blanco (Lluís Homar) ha avuto un incidente d’auto. Lena (Penélope Cruz), l’attrice del suo film e anche la sua amante muore mentre lui perde la vista. Anche 14 anni dopo la sua vita non è più la stessa. Scrive i suoi lavori letterari e le sue sceneggiature sotto pseudonimo, Harry Caine ed è sostenuto dalla sua fedele direttrice di produzione Judith (Blanca Portillo) e da suo figlio Diego (TAmas Novas). Il passato però ritornerà improvvisamente a galla.
Difficilmente i personaggi di Almodóvar hanno parlato così tanto. Il racconto di Mateo/Harry a Diego apre un lunghissimo flashback nel quale sono delineate narrativamente tutte le traiettorie che legano i personaggi tra loro nel continuo contrasto tra passato e presente. Ma soprattutto Los abrazos rotos appare l’esempio di come lo sguardo di Almodóvar si sia sempre più chiuso in se stesso e nel proprio mondo cinematografico. Il set sempre riconoscibile dagli accesi colori è diventato ormai impenetrabile e si accede soltanto ad intermittenza attraverso delle chiavi d’accesso cinefile. C’è un momento in cui Mateo e l’amante Lena vedono Viaggio in Italia di Rossellini, si citano tra gli altri Fritz Lang e Louis Malle, viene esibita l’inquadratura su una scala da cui cade Lena, omaggio al noir classico (del quale riprende anche il tema del doppio) visto che in questo genere è spesso un elemento ricorrente nel quale esplode la follia dei suoi protagonisti. Restano solo deboli lampi di un erotismo perduto, come in uno dei pochi bei momenti del film, ossia la seduzione di Harry a un’attraente ragazza che ha conosciuto in strada e che ha portato a casa dalla quale si fa dire il colore dei capelli, degli occhi e come è vestita. Per il resto in Los abrazos rotos la materia incandescente (la gelosia, la passione, l’ossessione) è trattenuta sotto ferreo controllo come se ha paura che gli sfugga di mano. Ed anche Penélope Cruz (al quarto film con Almodóvar dopo Carne tremula, Tutto su mia madre e Volver) disegna un personaggio che appare più passionale per come è costruito narrativamente piuttosto che per come poi agisce sullo schermo. Giunto alle soglie dei 60 anni, il cinema del regista spagnolo (ci) apre le porte del suo personale museo del cinema. Un museo ricchissimo, dove c’è tutto il passato. Anzi, solo il passato. Ma il suo set, almeno in Les abrazos rotos, ha tracce di quella decadenza simile alla vecchia villa di Gloria Swanson in Viale del tramonto.
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