CANNES 62 - "Vincere", di Marco Bellocchio (Concorso)
Il cineasta porta in competizione a Cannes il suo primo colossal nel senso di un’opera tanto densa e tanto intensa da contenere l’intera sua poetica, le linee che hanno attraversato i suoi film e il suo sguardo, tra la Storia che ci aggredisce e l’invenzione saggia che riflette e rielabora i fatti per farli più veri e più vicini all’oggi
Nell’anno in cui in tutto il mondo si celebra il Futurismo come movimento artistico tra i più innovative e dirompenti, Marco Bellocchio ci porge il suo film, Vincere che al Futurismo guarda solo per mostrare, nella metafora perentoria che lo contraddistinse, l’aspetto celato, nascosto addirittura dimenticato. Perché dietro le line sicure e svettanti, i colori netti, le parole come architetture che risuonavano cariche di energia e poesia, c’era sempre la guerra, la violenza, la concezione del potere come supremazia. Parte da qui il regista che al Festival di Cannes (dove ben nove dei suoi film sono stati selezionati negli anni passati) porta il suo primo colossal nel senso di un’opera tanto densa e tanto intensa da contenere l’intera sua poetica, le linee che hanno attraversato i suoi film e il suo sguardo, tra la Storia che ci aggredisce e l’invenzione saggia che riflette e rielabora i fatti per farli più veri e più vicini all’oggi.Non una storia del fascismo, però, ma il racconto di un segreto e di un amore nascosto e folle, che si è fatto forza e ha infranto certe regole sociali, pur non riuscendo mai ad imporsi come veritá ufficiale. Ida Dalser, che è stata compagna di Mussolini (ma il loro matrimonio non è mai stato provato da alcun documento) e da lui ha avuto un figlio (riconosciuto e poi rinnegato dal Duce divenuto, nel frattempo marito di Rachele e padre dell’amata figlia Edda) è descritta da Bellocchio come una donna risoluta, incapace di accettare compromessi per non dover rinunciare alla propria identitá. Sta proprio qui il nodo della sua ossessione, che, a ben vedere, è lucida consapevolezza: «Se non grido la mia veritá non ci sará nessuno a farlo per noi e saremo dimenticati» spiega allo psichiatra che le parla e le chiede le ragioni della sua insistenza. Quella sera se ne stava nascosta in cima ad un albero, nel giardino dell’ospedale psichiatrico di Trento, Ida Dalser, prima di scendere lieve come una foglia e sedersi di fronte al medico che non la crede pazza e vorrebbe dimetterla. Se è vero che, come lui dice, esiste un tempo per urlare e ribellarsi e un tempo per il silenzio e l’attesa, Ida Dalser non può accettare nè silenzio nè attesa. Lei, che ha sempre seguito l’irruenza della passione e l’urgenza del gesto, viene fatta scivolare dallo sguardo di Bellocchio in un progressivo stato di riflessione, seppure mai di abbandono. Smessi i colori accesi degli abiti (il rosso e il viola dei loro primi incontri diventano via via spenti e oscuri), le restano solo le parole da scrivere, centinaia di lettere che spedisce o lancia dalla grata del manicomio. Non sará mai libera e morirà tra quelle stesse mura, sognando di scavalcarle o di aprire il portone per raggiungere il figlio e aggiungersi alla sua voce che, come la madre, grida la sua identità sempre. Libertà immaginata fino al punto da sembrare vera quando, in abiti da suora, corre per una notte intera e torna a casa, come Aldo Moro fuggiva dalla sua prigione in Buongiorno, notte. Il fascismo, intanto, aveva soffocato l’Italia con parole di altro tipo, scritte in caratteri duri e forti, invadendo le strade e le immagini dei cinema. La velocità si è imposta su tutto, e anche il ritmo del film accelera, tra immagini di repertorio e finzione, mentre il primo piano in bianco e nero del Duce si fa testa di pietra da far cadere dal suo piedistallo e schiacciare in una morsa.
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