CANNES 62 - "Independencia" di Raya Martin (Un certain regard)
Abbandonare tutto (la civiltà, la ricchezza, l’identità) e ricominciare da zero nella foresta. È questo che fanno madre e figlio, nelle Filippine a cavallo tra XIX e XX secolo, quando sentono gli spari dell’invasore fuori dal proprio palazzo. Il film è una sorta di paradigma dell’anima nazionale opposta all’invasore, preso non come un’illustrazione, ma un organismo dentro cui respirare
Terzo film in un anno (ma quest’ultimo pensato in realtà da molto tempo) per Raya Martin, Independencia si tuffa ambiziosamente in quel magma incandescente che è il destino coloniale delle Filippine. Lo fa con una storia semplicissima, che condensa l’essenziale della reazione che il suo paese ha proposto a un sempre nuovo invasore (spagnoli, americani…). Abbandonare tutto (la civiltà, la ricchezza, l’identità) e ricominciare da zero nella foresta. È questo che fanno madre e figlio, a cavallo tra XIX e XX secolo, quando sentono gli spari dell’invasore fuori dal proprio palazzo. Fuggono nella foresta, e ci stanno per anni. Lei muore, una giovane donna la sostituisce, ha un figlio, eccetera.
La grandezza di Independencia sta nel prendere questa sorta di paradigma dell’anima nazionale opposta all’invasore, per farne non un’illustrazione, ma un organismo dentro cui respirare. Un ambiente (come la foresta, appunto) in cui vivere e procreare. E questo ambiente, è il cinema stesso. Perché la foresta è ricostruita magnificamente in studio, perché i dialoghi sono artefatti e appiccicati alla meno peggio in postproduzione, perché ci sono fondali dipinti, perché i fotogrammi vanno a una velocità alterata, lievemente rallentata: tutto questo per riprodurre stile e natura dei film che venivano girati nelle Filippine nel periodo coloniale. Ovvero, il nemico: ma siccome il nemico lo si batte con la guerriglia dall’interno, gli si va dentro e lo si fa esplodere dall’interno. Ci si riappropria del cinema, godendo del suo essere pura separazione: non si va donchisciottescamente contro l’artificio ma si gode dell’aria vera che spira dall’artificio. Si prospera nelle sue pieghe (l’indipendenza non è altro che questo). E infatti tutto il film è girato in un’estasi orizzontale, sdraiata: il tempo di fatto non scorre, indugi contemplativi nella vegetazione si susseguono senza soluzione di continuità a smottamenti terribilmente radicali del narrato (le morti, le nascite, gli incontri, i dialoghi rivelatori). Il tempo, qui, non è una linea ma una forma di imprevedibilità di cui si è in balia. È questo tempo che si oppone al nemico, che gira cinegiornali (che irrompono traumaticamente a metà pellicola) per giustificare in maniera smaccatamente faziosa le proprie violenze. Ma anche in mezzo a questi strumenti della menzogna, lì in mezzo alle immagini c’è qualcosa che resiste: il genio di Raya Martin sta nell’aver rivendicato questo non-so-che in eccesso resistente, non come materia, ma come immaterialità. Come cinema.
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