CANNES 62 - "Un'eroina tragica". Incontro con Marco Bellocchio

A Cannes l’Italia dichiara guerra. L’unico connazionale in concorso, Marco Bellocchio, presenta Vincere, storia nerissima e dolorosa della ‘moglie’ e del figlio segreti di Benito Mussolini. Un film di una potenza emotiva e cinematografica fuori dal comune. Un resoconto della conferenza stampa

Marco BellocchioA Cannes l’Italia dichiara guerra. L’unico connazionale in concorso, Marco Bellocchio, presenta Vincere, storia nerissima e dolorosa della ‘moglie’ e del figlio segreti di Benito Mussolini. Un film di una potenza emotiva e cinematografica fuori dal comune, un’opera in cui si addensa l’intero poetica bellocchiana, il suo cinema folle, sempre contro le regole imposte, contro l’acquiescenza alla freddezza marmorea del potere. Un cinema che afferma una volta di più la sua libertà e vitalità. Marco Bellocchio e i due protagonisti, lo straripante Filippo Timi e la nuova musa/madre Giovanna Mezzogiorno, hanno risposto alle domande dei giornalisti, dopo le proiezioni per la stampa.   
 
A differenza degli atri film in concorso, in Vincere non scorre molto sangue. Si tratta di una grande storia d’amore che s’intreccia con la storia del Paese. Cos’è che l’ha affascinato di più di questa vicenda?
E’ vero. Non scorre molto sangue in questo film. Anche nelle scene ambientate nel manicomio, abbiamo evitato di mostrare gli aspetti più raccapriccianti, il naturalismo più basso. Ci siamo concentrati sulla passione folle di questa donna. Ecco, quando si pensa alla storia italiana, vengono in mente sempre degli eroi che si sono opposti al fascismo: Gobetti, Gramsci, Matteotti. Qui abbiamo una donna che s’innamora follemente di un uomo, condivide una parte della sua vita e poi viene massa da parte, senza mai accettare di adeguarsi al ruolo che le è imposto dalla storia e dal potere. Da qui inizia la sua rovina. Si tratta di un’eroina tragica. Ed è in questo che risiede il fascino della storia.  
 
Quanto c’è di vero, reale nel film e quanto, invece, avete lavorato d’immaginazione?
La storia è reale. Tutte le situazioni partono da avvenimenti reali. Ma, naturalmente, non avevano a disposizione documenti con informazioni dettagliate. E, per forza di cose, alcuni aspetti sono frutto d’invenzione e alcune scene sono state pensate e aggiunte all’ultimo istante. Ad esempio, la scena in cui Ida mostra al figlio la pistola, non era stata pensata sin dall’inizio. L’ultimo giorno, una donna di Trento ci ha raccontata quest’episodio e l’abbiamo inserito in tutta fretta nel film.  
 
Lei ha raccontato la storia di due personaggi molto particolari, per un verso o per l’altro. Come è arrivato alla scelta dei due attori protagonisti?
Filippo Timi è un grande attore. E’ stato molto difficile trovare un interprete adeguato al ruolo. Ma Timi non solo ha mostrato da subito un’incredibile somiglianza con il giovane Mussolini, ma ha dato anche prova di violenza e di potenza espressive, di carattere, proprio quelle qualità che avevo immaginato per il personaggio di Mussolini. L’idea era quella di descrivere un uomo, che si serve di ogni persona, ogni donna, per raggiungere il proprio scopo: diventare il Duce. In questo senso, vi è una consonanza forte tra il carattere di Mussolini e lo spirito del futurismo. La tensione per il potere, per la guerra, il cambiamento: tutto questo fa di Mussolini un personaggio estremamente caricaturale. E perciò una scena centrale è quella in cui il giovane Benito fa un’imitazione del padre al limite della caricatura. Per quanto riguarda Giovanna Mezzogiorno, la scelta è stata più complicata. Non è vero che un attore può interpretare qualsiasi ruolo. Per interpretare un’ossessione, è necessario occorrerebbe averla vissuta sulla propria pelle. Ma posso dirmi estremamente soddisfatto della scelta. Credo che l’interpretazione di Giovanna sia stata straordinaria.
 
E per gli attori, invece, cosa ha significato lavorare in questo film. Quali sono state le difficoltà, gli stimoli nell’ interpretare i vostri personaggi?
G. M. – La cosa più difficile era non trasformare questa donna in una folle. Ho cercato di mettere in evidenza alcuni aspetti della sua personalità. Le contraddizioni, innanzitutto. Si tratta di una donna che può essere considerato moderna, femminista. Ma al tempo stesso ha consacrato la propria esistenza ad un uomo. Inoltre si tratta di una donna estremamente lucida, che persegue con determinazione un obiettivo chiaro. Eppure non è una donna malvagia, calcolatrice, altrimenti non avrebbe fatto una fine tanto tragica. E’ un’ingenua, in fin dei conti. Tenuto conto di tutte queste contraddizioni, ho cercato di rendere non un personaggio isterico e folle, ma un personaggio completamente votato alla propria ossessione.
F. T. – Per quanto mi riguarda, è stato complicato uscire dal ruolo alla fine delle riprese. Ho cercato di rendere umano un personaggio storico, senza cercare d’imitarlo. Marco non me lo ha mai chiesto. La vera sfida era interpretare Mussolini in Italia, una sfida quasi impossibile, ma davvero importante. Ogni dittatore vive di grandi contraddizioni, molto più di un normale essere umano. E il mio compito era rendere queste contraddizioni. Si è trattato di un lavoro un po’ schizofrenico: in una scena fare l’amore con Giovanna e, nella scena successiva, cambiare immediatamente registro. E di tutto questo non ci si libera facilmente alla fine del film. 
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