CANNES 62 - "Whisper with the Wind", di Shahran Alidi (Semaine de la Critique)

L’esordio del regista, nato nel Kurdistan iraniano, è troppo inscritto in una insistita dimensione poetica che rinchiude quasi ogni inquadratura in forzature estetiche, nella ricerca di punti di vista particolari, di effetti visivi che appesantiscono il discorso, di simbologie anch’esse sottolineate fino alla saturazione

whisper in the windSirta La Gal Ba (Whisper with the Wind) è un’opera prima che affronta un argomento politico molto forte e senza tempo, nel senso che la resistenza del popolo curdo in Medio Oriente è questione del tutto irrisolta e che chiama alla lotta un popolo disperso in diverse nazioni e represso, perseguitato, massacrato. Ma è un film, l’esordio di Shahram Alidi, nato nel Kurdistan iraniano, tutto troppo inscritto in una insistita dimensione poetica che rinchiude quasi ogni inquadratura in forzature estetiche, nella ricerca di punti di vista particolari, di effetti visivi che appesantiscono il discorso (colline elaborate digitalmente, o l’uso dei ralenti), di simbologie anch’esse sottolineate fino alla saturazione.
Racconta, Sirta La Gal Ba, la resistenza di un popolo attuata nelle montagne attraverso una radio clandestina, la cui stazione trasmette le notizie in codice nascosta in una roccia, e l’attività di un anziano che percorre le strade montagnose e le valli registrando suoni e voci con un rudimentale registratore audio, e il lavoro di un uomo che giorno per giorno si incarica di individuare le frequenze affinché la radio possa trasmettere. Mentre la guerra fra Iran e Iraq lascia ovunque tracce di morte e la polizia confisca tutte le radio che captano l’emittente curda impiccandole a un albero, un cappio per ogni radio. E un soffio di speranza si apre nel finale, con la registrazione, non sentita, del primo pianto di un neonato, missione compiuta dall’anziano viaggiatore, e il raggiungimento di un luogo almeno temporaneamente più sicuro di una comunità. Immagini di forte impatto che però risultano sempre troppo composte da un cineasta le cui esperienze con il disegno, la pittura, l’animazione si sentono ovunque, ma appunto come peso visivo e non come possibile felice contaminazione di segni.
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