CANNES 62 - "Drag Me to Hell", di Sam Raimi (Fuori concorso)

La rappresentazione e la percezione della paura hanno assunto nuove forme e, oggi, Raimi non appare più un ‘rivoluzionario’. Poco importa. Mostra il suo stile inconfondibile, il piacere continuo della creazione e si muove con la padronanza dei classici. E il tempo non è passato invano. Se la pelle è ancora luminosa e brillante, sotto la superficie gli anni hanno scavato sino a scoprire l’anima più profonda

Drag Me to HellDi nuovo a (la) casa. Dopo quasi un decennio dedicato a Spider-Man (di cui è già stato annunciato un quarto episodio), Raimi torna, con Drag Me to Hell, all’horror delle origini. In verità non ha mai voltato le spalle all’amore delle origini, continuando a produrre film di un certo successo (The Grudge, Boogeyman, 30 giorni di buio). Ma era dai tempi di The Gift (2000), che non si confrontava direttamente col genere. L’attesa degli appassionati era alle stelle. E la risposta non si è fatta attendere. Storia d’ordinanza. Christine Brown (Alison Lohman) lavora in un istituto di credito. E’ una ragazza brillante e aspira a far carriera. Ma non tutto sembra girare a dovere. Un collega le prova tutte pur di soffiarle il posto di vice direttore e la storia d’amore con Clay (Justin Long) è ostacolata dalla madre snob del ragazzo, che ha in mente un altro futuro per il figlio. La strada per il successo è bagnata dal sangue e dalle lacrime delle vittime da sacrificare in nome del sogno. Purtroppo, Christine dà prova di cinismo nel momento sbagliato. Rifiuta di prolungare un prestito a una vecchia dall’aspetto laido e terribile, la signora Ganush (Lorna Raver). E, ferita nell’orgoglio, la donna scaglia la terribile maledizione di Lamia, spirito demoniaco della tradizione zingara. Siamo all’ABC dell’horror. E Raimi gioca ancora una volta con le sue invenzioni visive, ritrova il gusto per l’eccesso gore e vira verso il divertissement puro. Un cinema che mostra ogni istante il piacere della creazione. Una meccanica pop che, lanciata alla massima velocità, spinge sempre il racconto oltre i limiti del possibile e del sensato. Come in quei pochi minuti, assurdi e magnifici, in cui Christine scava in un cimitero, sotto la pioggia battente, per riportare alla luce il cadavere della vecchia Gamush. Certo la rappresentazione e la percezione della paura hanno assunto nuove forme e, oggi, Raimi non appare più un ‘rivoluzionario’. Poco importa. Mostra il suo stile inconfondibile e si muove con la padronanza dei classici. Un maestro, ancora bambino, che non ha perso la voglia di giocare con i mostri e le paure. Ma il tempo non è comunque passato invano. Se la pelle è ancora luminosa e brillante, sotto la superficie gli anni hanno scavato sino a scoprire l’anima più profonda. E Raimi non si tira indietro, illuminandola a tratti, imprevedibilmente. La foto di un’adolescente un po’ grassa, un istante di silenzio e smarrimento di fronte a una domanda inopportuna. E un epilogo che appare come uno sberleffo, ma in realtà è una nemesi, un giudizio superiore che riconduce i destini nel solco di ciò che è stato.       
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