CANNES 62 - "I Love You Phillip Morris", di Glenn Ficarra e John Requa (Quinzaine des Réalisateurs)

Una tipica, divertente commedia d’amore, poco importa se omo o etero. Ma che si limita a essere gentile, mancando, probabilmente, di una visione. Se non fosse per Jim Carrey, straripante e incontenibile come sempre, sempre più. E’ il  suo corpo il magnete che attira e concentra lo sguardo, per poi deviarlo verso traiettorie impreviste

I Love You Phillip MorrisEra una delle proiezioni più attese di quest’edizione della ‘Quinzaine’. Un film che ha già fatto discutere prima della sua presentazione ufficiale, per l’interpretazione gay di Jim Carrey e Ewan McGregor.
I Love You Phillip Morris, esordio alla regia di Glenn Ficarra e John Requa, sceneggiatori di Babbo bastardo, racconta la storia vera, ai limiti dell’assurdo, di Steven Russell, poliziotto e marito ‘modello’, che, all’improvviso, decide di vivere in maniera libera e aperta la propria omosessualità, finendo però in un mare di guai. Si dà alla truffa, viene arrestato e in carcere s’innamora del timido e ingenuo Phillip Morris (non quello delle sigarette!). Da questo momento, accade di tutto. Evasioni geniali, lavori inventati, nuovi imbrogli e ripetuti arresti. Tutto per restare accanto all’amore della propria vita. Con un soggetto simile, si è già a metà dell’opera. E il talento dei due sceneggiatori fa il resto. Perché qui è soprattutto un affare di script. Ficarra e Requa, come è normale che sia nei loro panni, si limitano ad adattare la direzione al perfetto meccanismo plot, al ritmo vertiginoso delle situazioni e delle svolte narrative, orchestrando al meglio i ripetuti colpi di scena. E, in questo senso, a parte qualche caduta di tono, l’obbiettivo della coppia può dirsi raggiunto. Una tipica, divertente commedia d’amore, poco importa se omo o etero. Ma che si limita a essere gentile, mancando, probabilmente, di una visione di fondo, di una regia che lasci intravedere uno spirito sottilmente corrosivo o apertamente eversivo, un tocco più autentico di umanità. Se non fosse per Jim Carrey, straripante e incontenibile come sempre, sempre più. Ewan McGregor regge il confronto con classe, ma alla fine è il vecchio Jim il cuore del film, con il suo corpo che appare in mutamento continuo, che ingrassa e dimagrisce nello spazio di un nulla, muovendosi quasi a comando, articolandosi e disarticolandosi. E’ quel corpo il magnete che attira e concentra lo sguardo, per poi deviarlo verso traiettorie impreviste, verso quelle emozioni che ci riportano con il cuore alla verità di quella grande commedia americana che amiamo alla follia.          
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