CANNES 62 - "À l'origine", di Xavier Giannoli (Concorso)

Il film vive la stessa parabola del suo protagonista. Si muove con passo lento, incerto, quasi per inerzia, per poi rianimarsi in una scomposta fibrillazione, conquistare nuovi spazi (dell’immaginario) in cui muoversi e riprendere vita. Ma si tratta ormai di un mondo diverso dal nostro. Di un’altra vita  

À l’origineIl quarto lungometraggio di Xavier Giannoli è ispirato a una storia vera, che sembra fatta apposta per il cinema francese, per alimentare e ridefinire certe ossessioni che si affacciano ripetutamente, film dopo film. Paul (un convincente François Clouzet) è un truffatore, appena uscito di prigione. La moglie lo ha lasciato e nessuno è disposto a offrirgli la chance di un posto di lavoro. Tanto vale ricominciare con gli imbrogli. Stavolta, però, Paul s’imbarca in un affare impossibile da gestire. Si spaccia per il capocantiere di una ditta incaricata della costruzione di un’autostrada, bloccata anni prima. E un’intera comunità ripone speranza in lui. C’è qualcosa nel film di Giannoli che fa tornare in mente A tempo pieno di Laurent Cantet. Un personaggio stretto alle corde, che prova a dar vita a un’altra realtà, illudendosi di poter scrivere da sé la sceneggiatura della propria vita. Un uomo che non riesce o non può sentirsi parte integrante dell’ingranaggio. Un anonimo bullone fuori posto, che s’affanna a essere la forza motrice di un’altra macchina, per poi scoprire che nessuna stabilità immaginata può cancellare la precarietà solitaria delle cose. Vincent di A tempo pieno e Paul di À l’origine sono due stranieri, che (ci) mostrano i segni di un’esistenza che si regge sul vuoto dell’interpretazione. Ma se Cantet, con lucida e dolorosa coerenza, fa camminare il suo Vincent lungo una strada sempre più stretta e asfissiante, sino alla percezione abissale dell’impasse, della frustrazione del desiderio, della vanità rivoluzionaria di un’ulteriore finzione, Giannoli sembra aderire a pieno all’illusione del suo protagonista. E’ disposto a rendergli una seconda possibilità, rimandando all’infinito, ben oltre il limite dei titoli di coda, il momento della resa dei conti col nulla. A chi gli chiede dove porti quella maledetta autostrada, Paul non sa rispondere. L’importante è finire. Giannoli alimenta la speranza, rinuncia ad andare a fondo per condividere l’ossessione. E À l’origine vive la stessa parabola del suo protagonista. Si muove con passo lento, incerto, quasi per inerzia, per poi rianimarsi in una scomposta fibrillazione che restituisce emozione alle cose. Il cantiere, battuto dalla pioggia incessante del Nord, illuminato dai grandi fari immaginari, assomiglia sempre più a una base lunare, avamposto di un’insensata colonizzazione. Il film conquista nuovi spazi (dell’immaginario) in cui muoversi e riprendere vita. Ma si tratta ormai di un mondo diverso dal nostro. Di un’altra vita.  

 

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