CANNES 62 - La ricerca della solitudine tra le carcasse e il Natale
Presentati nella sezione “Quinzaine des réalisateurs” l’interessante e riuscito film cileno Navidad di Sebastian Celio che, malgrado qualche simbolismo esibito, cresce gradualmente d’intensità e regala una passionale scena di sesso a tre. Risulta invece troppo calcolato il canadese Carcasses di Denis Côté, esempio di un cinema che si vuole mettere in mostra prima di tutto per il proprio stile
Ha all’inizio i segni di decadenza sui luoghi di La cienaga di Lucrecia Martel. In Navidad del cileno Sebastian Celio c’è una casa e un giardino abbandonato. Uno spazio lontano, un luogo di una fuga provvisoria, anzi estremamente breve. Alejandro e Aurora sono una giovane coppia di liceali e decidono di lasciare Santiago per andare nella casa della famiglia della ragazza per trascorrerci il Natale ai piedi delle Ande. Alejandro deve convivere con le sue frustrazioni mentre Aurora con i dubbi sulla sua identità sessuale. Ad un certo punto scoprono la presenza di una ragazza, Alicia, una fragile adolescente di 16 anni che è scappata di casa. Quella casa diventa per i tre protagonisti una specie di rifugio. Un luogo già appartenente al passato, che verrà abbandonato in cui si è alla ricerca degli ultimi residui di memoria come i dischi del padre di Aurora, tra cui c’è anche quello dei Rolling Stones. Il cileno Sebastián Lelio, al suo secondo lungometraggio dopo La Sagrada Familia del 2005, sa come costruire gradualmente la tensione tra Aurora e Alejandro (la lettera trovata dal ragazzo in cui sospetta della relazione tra la giovane e un’amica) senza però definire troppo i loro caratteri ma lasciando piuttosto delle zone scoperte. Nell’illuminazione sporca, nei tratti di un documentario quasi privato, Lelio da forma a un equilibrio fragile che a un certo punto si rompe con l’arrivo dell’altra ragazza. Da qui Navidad prende anche strade imprevedibili e mostrano come il cineasta cileno sia in grado di destrutturare la sua scrittura per filmare come se fosse improvvisato, girato lì sul momento, ma dove c’è comunque un’idea di messinscena precisa e coerente. Malgrado qualche simbolismo esibito (la testa della statua della scuola, simbolo di una rottura con il proprio passato), Navidad è intenso e cresce sempre più di fisicità e ciò è evidente nella scena di sesso a tre, una delle più passionali e intime viste in questo festival.
E’ sempre un film sulla solitudine Carcasses del canadese Denis Côté, al suo quarto lungometraggio. Con il precedente Elle veut le chaos del 2008 ha vinto il premio per la regia al 61° Festival di Locarno. Protagonista è Jean-Paul, che da più di 40 anni accumula sul proprio terreno centinaia di carcasse di automobili. Un giorno però arrivano degli altri che vorrebbero condividere con lui un po’ di quella marginalità eccentrica. Quello di Côté è un cinema antinarrativo, dove il set diventa luogo della memoria come in Navidad ma in forme completamente diverse. Rispetto al film cileno, però quest’opera appare eccessivamente calcolata e si avvertono i segni di un cinema, che attraverso un vicenda decentrata e nascosta, che si vuole mettere in mostra prima di tutto per il suo stile.
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mah, mi stupisce questo articolo. l'ho visto anche io a Cannes il film canadese Carcasses ma leggendo queste note di Emiliani mi viene da pensare di aver visto due film diversi. Una notazione su tutte: il film è una docu-fiction, visto che il protagonista è effettivamente un "collezionista" di carcasse (e la cosa viene fuori chiarissima nel film visto che il protagonista parla in macchina raccontando la propria vita...) e intorno alla sua storia il regista ha innestato una deriva di fiction, con l'arrivo del gruppetto di disabili nella sua abitazione. Alla luce di questo, a parer mio, i dubbi stilistici che il recensore solleva sono del tutto evaporati. Solo mi fa specie che non se ne faccia assolutamente menzione nel vostro articolo...
Inviato da marco il 23/05/2009
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