CANNES 62 - "Ogni storia deve trovare la sua voce". Incontro con Michael Haneke
Il regista austriaco torna in concorso, dopo il premio per la miglior regia conquistato nel 2005 con Niente da nascondere. Das Weisse Band è un racconto corale, che intreccia le vicende degli abitanti di un villaggio tedesco, alla vigilia del primo conflitto mondiale. Il resoconto della conferenza stampa
Michael Haneke torna in concorso a Cannes, dopo il premio per la miglior regia conquistato nel 2005 con Niente da nascondere. Das Weisse Band è un racconto corale, che intreccia le vicende degli abitanti di un villaggio tedesco dal 1913 al 1914, sino all’attentato di Sarajevo. Un altro film sull’orrore del quotidiano, bloccato in un’eleganza rigida e controllata, in un bianco e nero luminoso, glaciale come lo sguardo e il cuore del suo regista. Michael Haneke ha incontrato la stampa, accompagnato da gran parte del cast del film: Ulrich Tukur (il barone), Burghart Klaussner (il pastore), Reiner Bock (il dottore), Christian Friedel (l’insegnante) e Léonie Benesch (Eva, la giovane badante). Lei mette in scena una vicenda ambientata in un piccolo villaggio alla vigilia della Prima guerra mondiale. Una società estremamente bigotta, chiusa, costretta in un’educazione religiosa molto rigida, in una disciplina imposta con la forza. Cosa ha voluto raccontare con questo film? Lo si può leggere come una metafora del fascismo, di ogni dittatura?
Avevo in mente questo progetto da una decina d’anni. Volevo parlare di un gruppo di ragazzi e il modo in cui interiorizzano una serie di valori assoluti inculcati a forza. Anche questa è una specie di terrorismo e io volevo provare a descriverne le conseguenze. Quando si erige ad assoluto un principio, sia esso politico o religioso, questo principio diviene disumano. Avevo pensato come titolo alternativo La mano destra di Dio. Questi ragazzi credono di essere la mano destra di Dio, hanno appreso le regole, i comandamenti e li applicano alla lettera, punendo tutti coloro che non si conformano a questi ideali. E’ così che nasce il terrorismo. Perciò il film non va inteso esclusivamente come un’opera contro il fascismo.
Si tratta in ogni caso di un film molto violento, sebbene la violenza non sia mai mostrata direttamente, ma soltanto suggerita…
Penso che la violenza sia presente in tutti i miei film, in un modo o nell’altro. Finché si vive in questa società, non c’è modo di evitare la violenza, di circoscrivere il problema. In alcuni film ho provato a descrivere la violenza nei media. In altri film ho sperimentato altre strade. Credo che sia importante trovare una consonanza con il soggetto da sviluppare. Non posso dire se in futuro tornerò su questo tema. Ogni film, ogni storia deve trovare la sua voce.
Una domanda per Ulrich Tukur, che nel film interpreta il ruolo del barone. Cosa l’ha spinta a interpretare questa storia, in cui le situazioni lugubri sono portate all’esasperazione. E come è stato calarsi nel ruolo di questi personaggi incapaci di esprimere liberamente le loro emozioni?
Ho avuto l’occasione di recitare per la prima volta in un film di Haneke e ne sono orgoglioso. Ho trovato la sceneggiatura di una precisione straordinaria e il film ha confermato le aspettative. Non credo che tutte le situazioni siano così esasperate come si dice. E’ vero che Haneke mostra dei personaggi freddi, repressi, ma nel film ci sono anche dei personaggi pieni di speranza, basti pensare all’amore tenero, innocente, meraviglioso tra l’insegnante e la giovane badante. E’ la descrizione di questo microcosmo di un tipo di società tedesca, scomparsa sui campi di battaglia della prima guerra mondiale.
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