CANNES 62 - "Cendres et sang", di Fanny Ardant (Séance Speciale)
L’attrice esordisce dietro la macchina da presa a 60 anni con una storia di ‘sangue e onore’ curata in ogni dettaglio e interpretata da attori rumeni. E’ però così pensata, studiata in ogni dettaglio, nelle inquadrature e nei primi piani sui volti che l’elemento melodrammatico, essenziale nella vicenda, risulta svuotato
Probabilmente è stato pensato a lungo da parte di Fanny Ardant questo suo esordio come regista a 60 anni compiuti. C’è infatti una precisa cura di ogni dettaglio nel filmare questa storia di dolore familiare e di tradizioni immutabili con una struttura tipica del western. Cendres et sang è un film anomalo e in qualche modo sorprendente soprattutto per i i personaggi spesso portati sullo schermo dall’attrice francese. Dopo che il marito è stato ucciso dieci anni prima, Judith va a vivere a Marsiglia assieme ai suoi tre figli. Dopo aver rifiutato per anni di rivedere la famiglia, alla fine si lascia convincere dai suoi figli e accetta di andare al matrimonio di un loro cugino. Il ritorno della donna però riaccende il vecchio odio tra clan rivali.
La Ardant quindi si confronta con una storia di ‘sangue e onore’ e tutta la parte fino all’arrivo della famiglia di Judith nel luogo natio della donna nasconde comunque un mistero che incuriosisce. Si affida a colori saturi e a una luce che sottolinea le espressioni dei volti della fotografia di Gèrard de Battista oltre all’interpretazione di attori rumeni e di Ronit Elkabetz, interprete israeliana già vista anche in Alila e Or. La precisione del dettaglio però in Cendres et sang diventa alla lunga un limite. I primi piani dell’attrice sottolineano spesso le espressioni dei personaggi che, come delle maschere di una rappresentazione teatrale, tendono a mantenerle per tutto il film. Una volta messi in campo gli schieramenti tra clan rivali, oltre che da un punto di vista narrativo, la Ardant continua ad evidenziare le differenze tra loro, senza per questo però far evolvere i personaggi. Al limite vengono eliminati nel momento in cui la tragedia divampa, ma non in modo naturale ma solo per accumulo. Inoltre il film è pieno di simbolismi che però, all’interno della struttura narrativa, rischiano di cadere nel vuoto; l’aquila all’inizio del film e il sangue rosso sull’immagine in bianco e nero sono infatti come dei segni visivi forti in una pellicola che non sembra averne bisogno ed anzi, rischia di controllare l’elemento melodrammatico che rappresenta comunque quello essenziale del film.
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