CANNES 62 - "La terre de la folie", di Luc Moullet (Quinzaine des réalisateurs)
La terre de la folie è un documentario a proposito dell’inusitata frequenza di morti violente nelle ultime generazioni di una circoscritta zona alpina del sud della Francia. Zona da cui lo stesso Moullet proviene - e infatti è la sua (immancabile) prima persona singolare a gestire il tutto con la propria lieve follia.
Ex critico dei Cahiers du Cinéma degli anni d’oro, Luc Moullet ha riscosso meno fama e prestigio rispetto agli altri esponenti della Nouvelle Vague. Per la verità, lui ha cominciato qualche anno più tardi degli altri (il suo primo lungometraggio è del 1966, quando la Nouvelle Vague veniva considerata ormai spenta), ma da lì in poi ha costruito, col tempo, una filmografia corposa e riconoscibile – omaggiata di recente, fra l’altro, anche al Centre Pompidou.
La terre de la folie è un documentario a proposito dell’inusitata frequenza di morti violente nelle ultime generazioni di una circoscritta zona alpina del sud della Francia. Zona da cui lo stesso Moullet proviene - e non è un caso. Perché se è vero che la struttura è piuttosto tradizionale (non troppo distante da analoghe ricognizioni televisive), e che Moullet lascia un po’ da parte per una volta la puntigliosa rigidità compositiva che distingue le sue inquadrature da quelle dei “colleghi” della Nouvelle Vague, è anche vero che Moullet indulge non poco sull’altro suo tratto distintivo: l’utilizzo leggiadro e narcisista della prima persona singolare. È lui che si mostra, che traccia ipotesi, e che anzi dichiara fin da subito alla macchina da presa, con stralunata catatonia, che lui stesso non è una persona normale. E infatti finirà per ricordare agli spettatori il quantomeno eccentrico padre e un delitto avvenuto nella sua stessa famiglia – subito prima di venire attaccato dalla moglie che lo accusa di giustificare la sua stessa follia con ipotesi “antropologiche” campate per aria, nascondendosi dietro un dito.
Questo battibecco conclusivo dà un po’ la misura del tono del film, appoggiato in maniera pigra e piacevole su un umorismo esile esile, costruito su elementi come la bizzarria fisiognomica di molti degli interlocutori intervistati (“esperti” o semplici compaesani), i siparietti in cui Moullet di tanto in tanto gioca a fare (un po’ forzatamente) lo scemo del villaggio, la dinamica contorta e poco spiegabile degli omicidi. Il che è forse troppo poco per una ribalta come la Quinzaine (su cui Moullet è salito solo una quarantina di anni fa), su cui sarebbe stato auspicabile vedere un Moullet un po’ più degno della propria filmografia. Le sue montagne saranno pure folli, ma la stupenda follia delle Herbes folles di Alain Resnais, visto in Concorso, è davvero un’altra cosa.
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