CANNES 62 - "Min Ye...", di Souleymane Cissé (Séances Speciales)
La filmografia di Cissé ricomincia da un punto di vista inatteso, quello della destinazione televisiva e dunque pensato per un pubblico principalmente africano, a differenza di molto cinema delle Afriche costruito soprattutto per un fruitore internazionale e i festival. Questa pellicola però spreca un potenziale narrativo intrigante e ancora troppo poco visto nel cinema africano
Un evento, la proiezione speciale, fuori concorso, di Min Ye… (Ce qu’on est, in lingua bambara). Alla presenza del regista, Souleymane Cissé, della troupe, e di molte figure del cinema africano, che la sua storia l’hanno scritta e la stanno scrivendo, da Sotigui Kouyate a Abderrahmane Sissako e Mahamat Saleh-Haroun. Un evento, perché Cissé mancava al cinema da quattordici anni, quando nel 1995 presentò in competizione a Cannes Waati, il capolavoro di tutta una filmografia, fatta di pochi, memorabili titoli (Den Muso, Baara, Finye, Yeelen). Da quando raccontò un viaggio attraverso l’Africa, dal Sudafrica dell’apartheid al Sahara e ritorno nella terra di Mandela appena liberata, seguendo la crescita di un personaggio femminile. Donne che Cissé ha raccontato fin dal suo lungometraggio d’esordio Den Muso e che sono in buona parte le protagoniste di Min Ye…, ambientato nell’odierna borghesia del Mali.
Un film, Min Ye…, che si basa sull’omonima serie televisiva costituita di dieci episodi di tredici minuti ciascuno che Cissé ha iniziato a girare nell’estate del 2007 per comporre un ritratto della società borghese di Bamako osservata descrivendo le questioni, soprattutto sentimentali, di una famiglia e di una coppia, e in particolare di una donna: medico, seconda moglie di un regista e amante di diversi uomini. Un film che vede ricominciare la filmografia di Cissé da un punto di vista inatteso, quello della destinazione televisiva e dunque pensato per un pubblico principalmente africano, a differenza di molto cinema delle Afriche costruito soprattutto per un fruitore internazionale e i festival. Percorso già intrapreso da anni, e con risultati eccezionali, da Idrissa Ouedraogo in Burkina Faso. Ma Min Ye… non possiede la forza teorica del ridare senso alla propria opera utilizzando in maniera profonda altri linguaggi. Salvo rare inquadrature, che dicono l’immensità e la sontuosità epica e visionaria di Cissé (l’inizio con il lento avvicinamento a un letto vuoto in una stanza circondata da ampie vetrate; l’albero che appare all’inizio e alla fine; i buoi che invadono l’inquadratura e in primo piano e su una colonna sonora forte, fisica, sembrano aggredire, divorare l’auto in transito; un temporale che entra in campo violento, ancor più possente perché illuminato da un lampione; e le tre inquadrature con le quali il film-serie si congeda: l’alba di un nuovo giorno in una strada deserta con i lampioni ancora accesi e il regista e la prima moglie abbracciati - che ricorda un momento del viaggio della protagionista di Waati; l’albero e i dettagli di quella pianta secolare; il carrello aereo sulla terra, gesto con cui il film si allontana depurandosi da tutto quello accaduto fino ad allora e collegandosi alla scena che apriva proprio Waati, sorta di movimento-genesi), Min Ye… procede in maniera schematica e scostante (certe situazioni vengono accennate e poi dimenticate), sprecando, almeno nella versione cinematografica, un potenziale narrativo intrigante e ancora troppo poco visto nel cinema africano, quello di personaggi radicati nella dimensione urbana e ricca di una città, qui la capitale del Mali, Bamako.
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