CANNES 62 - "Eyes wide open", di Haim Tabakman (Un certain regard)
Il risultato del film, dalla difficile lavorazione durata due anni, è tutto focalizzato sulla ricerca, letterale e metaforica, della giusta distanza, che significa rimettere in gioco i rapporti tra i personaggi, le loro relazioni e complicità, descrivendo proprio attraverso la vicinanza o la lontanaza dei corpi il lento divenire degli eventi.
Presentato come il film scandalo della sezione Un Certain Regard, Eyes wide open entra nelle pieghe segrete della vita di un uomo, esponente rispettato della comunitá ultra ortodossa di Gerusalemme, macellaio dalla vita impeccabile, doloramente riemerso dalla perdita del padre. L’inizio, in questo senso, acquista un significato importante nei meccanismi minimalisti del film: sotto la pioggia battente Aaron riapre la porta della macelleria e si riappropria degli spazi e degli oggetti. Silenzioso e spento, i suoi gesti sono impassibili e imperturbabili, il suo volto senza espressione, i suoi occhi chiusi e assenti dalla sua stessa vita. L’occasione per il cambiamento, come sempre accade, é data dall’arrivo di uno sconosciuto, un giovane studente in cerca di lavoro e di un posto dove poter stare. È questo l’inizio di una scandalosa storia d’amore tra i due uomini, e, al tempo stesso, una dichiarazione di libertà e di rivalsa. Ambientato interamente all’interno del quartiere giudeo ortodosso di Mea Shéarim, Eyes Wide Open ha avuto vita difficile fin dai primi tempi della sua realizzazione, durata due anni (dopo altri due anni spesi precedentemente nella ricerca dei finanziamenti), a partire da un primo progetto di cortometraggio realizzato nel 2004. Il risultato è un film tutto focalizzato sulla ricerca, letterale e metaforica, della giusta distanza, che significa rimettere in gioco i rapporti tra i personaggi, le loro relazioni e complicità, descrivendo proprio attraverso la vicinanza o la lontanaza dei corpi il lento divenire degli eventi.
“Prima ero morto e ora sono ritornato a vivere” dice Aaron per giustificare la sua relazione con Ezri. Come spalancare gli occhi all’improvviso dopo una vita vissuta nel buio e tornare a vedere la luce, chiara e dolce, che cambia il paesaggio cittadino e modifica l’asprezza dei gesti. Come riuscire a toccare con le mani la vita, sentire il freddo dell’acqua di un laghetto o assaporare il silenzio della notte. Aprire gli occhi e vedere tutto per la prima volta e poi non riuscire più a chiuderli. Su questo lavora il regista Haim Tabakman, e, infatti, il suo sguardo si fa complice, si insinua nella vita dei suoi personaggi e li abbraccia, mentre tutt’intorno si crea il vuoto e si impongono le distanze. Ezri é un abile disegnatore, osserva con silenzio le cose e i volti che lo circondano e poi li ritrae suoi suoi fogli da disegno, prima qualche dattaglio, poi gli schizzi, un lento studio, non senza contraddizioni, come tutto il film.
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