CANNES 62 - "Visage", di Tsai Ming-liang (Concorso)
Tsai Ming-Liang percorre il Louvre col suo sguardo paziente, dentro, fuori, avanti, dietro. Ma girare in un museo significa ritentare la creazione in un universo ormai creato. E’ muoversi in un cimitero, che racchiude e custodisce la bellezza dei gesti già compiuti, le ceneri del tempo. Tra la consapevolezza del ricordo e l’incredulità della morte
Alors tous deux on est repartisDans le tourbillon de la vie
On à continué à tourner
Tous les deux enlacés
Tous les deux enlacés
Sogniamo ancora Jules e Jim. La voce di Jeanne Moreau, le note de Le tourbillon di Bassiak compiono un tragitto tortuoso e arrivano sino a Visage. Se il cinema vivesse in un’atmosfera vuota e rarefatta, non ci sarebbe movimento di suoni. Ma l’aria del cinema, nonostante tutto, è densa. La musica, resuscitata da un angolo della memoria, evocata da un fischio flebile e incerto, rimanda sin qui la sua eco. Un vortice prima concentrato e poi espanso di emozioni e ricordi, che migrano per rifrazione da un film all’altro, per poi riflettersi nello specchio dell’immagine e tornare alla vita. Un fantasma, fintanto che abita i nostri occhi e i nostri cuori, ha un volto e un corpo. E’ reale. Come un’idea, un dolore, una ferita.
Tsai Ming-Liang, per il suo ultimo, magnifico film, torna a Parigi su invito del Louvre. Percorre il museo con il suo sguardo paziente, dentro, fuori, avanti, dietro, scendendo sin nelle viscere più segrete, avventurandosi negli angoli oscuri, dove riposano i misteriosi resti scampati alla fine. E’ tra queste stanze e questi giardini lo scenario del nuovo film del suo eterno Hsiao Kang/Lee Kang-Sheng (nuovo Antoine Doinel), che prova a ricomporre i frammenti di una Salomè che non si chiude mai, continuamente invasa e infranta dalla pressione mai gestibile dei sentimenti che si agitano fuori set. Il tourbillon della vita disperde continuamente le tracce di uno sforzo artistico, che resta vano e indefinito e si smargina, sino a scoprirsi infinito. Ma girare in un museo significa ritentare la creazione in un universo ormai creato. E’ muoversi in un cimitero, che racchiude e custodisce la bellezza dei gesti già compiuti, le
ceneri del tempo. Tra la consapevolezza del ricordo e l’incredulità della morte. L’ Effetto notte di Tsai Ming-Liang è relegato nel reliquiario di una camera verde. Lo spirito di François Truffaut, anche se evocato direttamente solo per brevi istanti, aleggia su ogni cosa. Visage è un mausoleo popolato da fantasmi truffautiani, gli spettri folli e inquieti di Jean-Pierre Leaud, di Jeanne Moreau, Nathalie Baye, di Fanny Ardant. Da I quattrocento colpi a Finalmente domenica. Volti che recano i segni della discesa, fuochi fatui di un cinema che si affannava e si affanna a scoprire con gli occhi la vita, bloccandone il movimento provvisorio nel definitivo di un’immagine immobile e prolungata. Il cinema stesso è un cimitero, dove Tsai Ming-Liang erige il suo altare per la madre, morta durante le riprese, proprio come la madre di Hsiao Kang. E’ lei l’altro ‘vero’ fantasma che, con la sua assenza silenziosa, abita le inquadrature, quegli spazi sempre aperti dal lato dell’obiettivo, dove il cuore e il mondo passano ed entrano in scena. La vita e i film s’inseguono all’infinito e arrivano a specchiarsi per brevi istanti. Ma un’immagine riflessa non è mai una coincidenza. L’ottica è un fatto di fisica e non di chimica. Tsai Ming-Liang (o Hsiao Kang, è lo stesso), con un rito magico, richiama dall’aldilà Erode Antipa, Giovanni Battista, Salomè. Eppure sa benissimo che è tutto un trucco di luce e occhi, una consolazione forse necessaria, che non ripaga della perdita che ci affligge, della terra che ci lasciamo alle spalle e ci viene a mancare ad ogni passo. Una messinscena che regge finché prestiamo fede allo spettacolo. Tanto vale proibire alla luce e all’immagine di passare, esercitarsi a nascondere il volto nel buio e concedersi pochi istanti di tenero bagliore.
ceneri del tempo. Tra la consapevolezza del ricordo e l’incredulità della morte. L’ Effetto notte di Tsai Ming-Liang è relegato nel reliquiario di una camera verde. Lo spirito di François Truffaut, anche se evocato direttamente solo per brevi istanti, aleggia su ogni cosa. Visage è un mausoleo popolato da fantasmi truffautiani, gli spettri folli e inquieti di Jean-Pierre Leaud, di Jeanne Moreau, Nathalie Baye, di Fanny Ardant. Da I quattrocento colpi a Finalmente domenica. Volti che recano i segni della discesa, fuochi fatui di un cinema che si affannava e si affanna a scoprire con gli occhi la vita, bloccandone il movimento provvisorio nel definitivo di un’immagine immobile e prolungata. Il cinema stesso è un cimitero, dove Tsai Ming-Liang erige il suo altare per la madre, morta durante le riprese, proprio come la madre di Hsiao Kang. E’ lei l’altro ‘vero’ fantasma che, con la sua assenza silenziosa, abita le inquadrature, quegli spazi sempre aperti dal lato dell’obiettivo, dove il cuore e il mondo passano ed entrano in scena. La vita e i film s’inseguono all’infinito e arrivano a specchiarsi per brevi istanti. Ma un’immagine riflessa non è mai una coincidenza. L’ottica è un fatto di fisica e non di chimica. Tsai Ming-Liang (o Hsiao Kang, è lo stesso), con un rito magico, richiama dall’aldilà Erode Antipa, Giovanni Battista, Salomè. Eppure sa benissimo che è tutto un trucco di luce e occhi, una consolazione forse necessaria, che non ripaga della perdita che ci affligge, della terra che ci lasciamo alle spalle e ci viene a mancare ad ogni passo. Una messinscena che regge finché prestiamo fede allo spettacolo. Tanto vale proibire alla luce e all’immagine di passare, esercitarsi a nascondere il volto nel buio e concedersi pochi istanti di tenero bagliore.
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