CANNES 62 - "The Silent Army", di Jean van de Velde (Un Certain Regard)
Un quadro a tinte forti della drammatica situazione dell’infanzia in Africa, tra traffici d’organi e bambini soldati, e un atto d’accusa contro l’interessata complicità dei Paesi ricchi e la corruzione dilagante e la violenza incontenibile di alcune zone del continente nero. Niente da dire. Il classico film ‘giusto’, quelli che tutti si aspettano e nessuno vuole
I piccoli Thomas e Abu sono amici per la pelle, anche se di colore diverso. Il primo è figlio di Eduard, un olandese quarantenne, da anni trapiantato in Africa, dove conduce un noto ristorante. Il secondo è il figlio di una delle cameriere del locale. Scomparsa la moglie in un incidente d’auto, Eduard, sempre indaffarato e distratto, si ritrova ad accudire da solo il figlio, tra mille difficoltà. Come se non bastasse, un attacco di ribelli provoca una strage nel villaggio di Abu, che viene prelevato e arruolato a forza dai miliziani. Così, spinto dall’insistenza di Thomas, Eduard si mette alla ricerca del bambino. Ecco la vicenda di The Silent Army, nuovo di film Jean van de Velde, regista e sceneggiatore di lungo corso, nato in Congo, ma di origine e lingua olandese. Poche righe di trama che già lasciano intuire un chiaro intento di denuncia. Un quadro a tinte forti della drammatica situazione dell’infanzia in Africa, tra traffici d’organi e bambini soldati, e un atto d’accusa contro l’interessata complicità dei Paesi ricchi e la corruzione dilagante e la violenza incontenibile di alcune zone del continente nero. Niente da dire. Il classico film ‘giusto’, quelli che tutti si aspettano e nessuno vuole. Perché, lasciando da parte la condivisibilità dell’assunto e la gravità del tema, il cinema sembra davvero molto lontano. Van de Velde gira con mano da esperto e riesce a tratti a dare al film un ritmo da action. Ma non basta a compensare quella retorica marcata che guida le immagini e che relega lo sguardo, i punti di vista, nei limiti di una prevedibilità spesso fastidiosa. Così, da un lato, nella descrizione dell’amicizia tra i due ragazzini, The Silent Army sfiora un buonismo da pubblicità (i Ringo Boys), dall’altro, nei momenti di maggior suspence, non riesce a ritrovar sostanza nella determinata ossessione che sembra guidare il protagonista. Il cuore, nostro, della vicenda, è completamente fuori obiettivo. E tutti i rivoli, magari promettenti, in cui sembra disperdersi il film, s’inaridiscono ben presto, lasciandoci assetati e delusi.
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