CANNES 62 - "Here", di Ho Tzu-Nyen (Quinzaine des réalisateurs)
L’esordiente cineasta di Singapore imbastisce un impeccabile teorema sulla ripetizione e sulla differenza. Il riconoscibile impianto didattico, costruito sulla storia di una riabilitazione psichiatrica, è però impreziosito e redento da un azzeccatissimo lavoro sui movimenti di macchina
Per poliedrico che sia, l’artista poliedrico Ho Tzu Nyen (che si è mosso in precedenza tra teatro, video, pittura e altro) ha capito perfettamente già dal primo lungometraggio che cosa c’è in gioco nel cinema. Differenza e ripetizione. La ripetizione di una porzione di tempo che non è e non può essere uguale a quella di partenza. Seguendo un uomo che (così pare) dopo aver ucciso la moglie si rifiuta di parlare e va in una sorta di clinica psichiatrica (Island Hospital) per affrontare e superare, insieme agli altri pazienti, il momento traumatico all’origine della sua devianza, Ho imbastisce un’impeccabile disamina di quello che si è tentati di chiamare l’Eterno Ritorno così come è incarnato dal cinema (non a caso, si fa menzione più volte del nietzschiano Amor fati).
Perché è il cinema la terapia praticata all’Island Hospital. Anche oggi che la pellicola è ormai soppiantata dal video (ambo i formati sono presenti in Here), i pazienti sono chiamati a rimettere in scena il momento-chiave del loro dramma, per superarlo catarticamente rivedendolo insieme agli altri, o quantomeno per avvicinarsi al suo superamento. Nel corso del perfetto tessuto argomentativo messo in piedi dal film, comunque, più d’uno sono i dubbi sull’efficacia semplicemente terapeutica della procedura, la quale piuttosto va a toccare un nucleo ben più ampio: appunto, la ripetizione incessante dei medesimi istanti, accompagnata sempre da una minuscola ma cruciale deviazione. Inevitabile, infatti, che anche superata con successo la cura, il protagonista ritorni alla fine sul medesimo delitto (tranquilli: l’incedere limpidamente didattico del film elimina qualunque sospetto di spoiling narrativo) – con la piccola ma decisiva deviazione, nelle ultime scene, dell’amore. Che ora c’è, e che prima, nelle scene iniziali, non c’era. Deviazione rispetto al ripetersi che, guardacaso, è così piccola che forse si coglie agevolmente solo a una seconda visione, cioè solo assecondando davvero e fino in fondo la ripetizione.
Il grande merito di questo brillante esordio nella regia, è che i limiti di questa terapia, davanti a cui non ci si tira indietro, sono corrisposti da un analogo non indietreggiare davanti ai limiti del proprio didatticismo. Il quale è lampante: al film si mischia (fino a diventare di fatto preponderante) un documentario su quella specifica struttura ospedaliera, in occasione del quale pazienti e medici raccontano scrupolosamente davanti alla macchina da presa le ragioni del loro operare, e di fatto anche quelle alla base del perfettamente articolato percorso concettuale del film. Ma appunto, insieme a questo sforzo di lucidità limpidamente illustrativo, il film è fatto anche, e forse soprattutto di altro. Perché quel facile eppure diabolico concetto di differenza-ripetizione cui girano intorno tutte le precise argomentazioni enunciate dal film, sono immediatamente e subito materializzate sì dalle scontate ripetizioni delle medesime situazioni ed inquadrature (un lungo carrello che mostra una lunga altalena, un totale su una fila di cinque sedie…) tali e quali in momenti diversi del film, ma soprattutto dall’ammirevole lavoro di macchina da presa azzeccato da Ho. I cui frequenti, lentissimi ma inesorabili movimenti di macchina penetrano nel momento presente indovinando quel punto miracoloso dove l’istante sembra fermo anche se percepiamo il movimento. Indugiando sul cielo, su degli alberi, su un giardino, su un corridoio. Eppur si muove. Davvero uno dei migliori modi possibili per suggerirci nella più immediata delle maniere ciò che il resto del film enuncia in maniera laboriosa ma impeccabile: che tutto è sempre uguale, fermo, eppure diverso, mobile. Del resto, sono i medici stessi a dirci che il rivivere il momento traumatico funziona solo se si abbandona la coscienza, cioè se si è sotto ipnosi. Questo fa Ho col suo alternarsi di documentario (che arriva spesso quando non ce lo aspettiamo, quando ci illudiamo di essere semplici testimoni diretti di ciò che accade lì dentro e invece siamo solo aderenti al punto di vista di chi sta girando il documentario) e zampate registiche come quelle descritte: ci ipnotizza col pendolo dei suoi movimenti di macchina, e ci sveglia quando vuole lui solo per ri-ipnotizzarci meglio. Per buttarci meglio dentro l’inestricabile groviglio di differenza e ripetizione.
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