Il lamento del menestrello - "X-Men le origini: Wolverine" di Gavin Hood
La radice essenziale della messa in scena nel film di Hood è nella ricerca (sfuggente) dell’identità, quasi fosse una etimologia (nel senso appunto di origine…) del vedere stesso, che qui viene a coincidere con il movimento di uno sguardo che deve imparare nuovamente a percepire e a scoprire il mondo che gli è stato negato
Sui titoli di testa di X-Men le origini: Wolverine – nuovo episodio della serie dedicata ai supereroi mutanti della Marvel, creati da Stan Lee e Jack Kirby – diretto da Gavin Hood (Il suo nome è Tsotsi, Rendition – Detenzione illegale) e sceneggiato da David Benioff (La 25ª ora, Troy) e da Skip Woods (Codice Swordfish, Hitman – L’assassino), i due protagonisti, Logan/Wolverine e Victor Creed/Sabretooth, percorrono circa cent’anni di storia attraverso le guerre combattute dagli americani, da quella di secessione fino a quella in Vietnam, passando per le due guerre mondiali, come se l’identità degli Stati Uniti fosse stata costruita a partire da una guerra fratricida, fino a diventare una guerra infinita, come ci aveva già mostrato Spielberg nell’intensa sequenza sulla collina ne La guerra dei mondi. Lo stesso film di Hood racconta lo scontro tra due fratelli, Logan e Victor, fino alla risoluzione finale, in un crescendo drammatico, fatto di inaspettate rivelazioni, di segreti e di morti. Questa nuova origine, dopo le tante (Batman Begins, Hannibal Lecter – Le origini del male, Halloween – The Beginning…) tentate e messe in scena dal cinema americano, si rivela a suo modo drammatica. E la sua desolazione appare espressa da quella perdita della memoria che colpisce Logan nella parte finale del film, quando tra le rovine dello scenario che ha fatto da sfondo allo scontro finale non riconosce nemmeno il corpo esanime della donna amata. Di colpo sono cancellati l’idillio vissuto dai due nei boschi e sulle montagne del Canada, che dà forma alla parte iniziale del film, come anche la disperata ricerca della vendetta da parte di Logan, dopo aver creduto che la donna fosse stata uccisa dallo stesso Victor. Hood sembra voler affidare ad un altro inizio la ricerca delle (proprie) origini, in un moto circolare che quasi cancella la storia vissuta, forse per riscriverla ancora… Qui il destino di Logan è quello di un uomo dall’anima morta che, privato della propria identità, sembra calpestare un suolo straniero, senza più infiammarsi nel cuore. Mentre le immagini si allontanano, si fanno opache, si annebbiano gradualmente, quasi a voler fuggire dalla storia. E l’ambizione di un canto poetico-politico sembra doversi ridurre, in un tour de force metaforico, al lamento di un menestrello, come unica strada possibile, a raccontare le gesta eroiche di questo X-man con un pathos convulso e come in un canovaccio che si può riscrivere ad ogni visione. La radice essenziale della messa in scena è nella ricerca (sfuggente) dell’identità, quasi fosse una etimologia (nel senso appunto di origine…) del vedere stesso, che qui viene a coincidere con il movimento di uno sguardo che deve imparare nuovamente a percepire e a scoprire il mondo che gli è stato negato.
Titolo originale: X-Men Origins: Wolverine
Regia: Gavin Hood
Interpreti: Hugh Jackman, Ryan Reynolds, Liev Schreiber, Dominic Monaghan, Lynn Collins, Danny Huston
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 118’
Origine: USA, Australia, Nuova Zelanda, 2009
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