TORINO 25 - "In Fabbrica", di Francesca Comencini (Panorama Italiano)

Non è una storia dell’industria italiana, del suo progresso economico, dei ritardi o delle occasioni mancate, ma della realtà che vi sta dietro. È una storia di volti, di facce operaie, un ritratto delle persone che hanno popolato e popolano le fabbriche italiane. Cosicché il Novecento italiano incontra per l’ultima volta (forse) se stesso, al punto che è possibile descriverlo come il passaggio dall’età dell’ansia a quella del benessere presunto

in fabbricaIl film non è una storia dell’industria italiana, del suo progresso economico, dei ritardi o delle occasioni mancate, ma della realtà che vi sta dietro. È una storia di volti, di facce operaie, un ritratto delle persone che hanno popolato e popolano le fabbriche italiane. È un omaggio al loro lavoro, ai loro gesti, alla loro professionalità. È un mosaico di voci e di dialetti che va dal Sud al Nord del Paese, dalla grande alla piccola fabbrica, e che prova a restituire un’immagine dell’Italia.
La regista: “Credo sia giusto guardare al passato, ma senza rimpiangerlo. L’Italia che scorreva sotto i miei occhi attraverso lo sguardo di grandissimi registi induceva ogni momento al rimpianto. Eppure io credo che la nostalgia sia anche un modo di dimenticare. Si usa il passato contro un presente che si suppone più scadente. Questo documentario è basato su un doppio tema: gli operai e i registi che li hanno documentati. Gli uni e gli altri sono stati il sale del nostro Paese e credo che noi dobbiamo loro uno sforzo continuo di memoria perché ci aiutino a sapere chi siamo e ad andare avanti”. È evidente che alla regista non interessava particolarmente l’esauriente quanto improbabile ricostruzione storica del fenomeno, ma un collage di immagini e parole, di ricordi di repertorio che sfociassero nel presente, non più torbido e devastante del passato. Come catapultati in una nuova era, Francesca Comencini, lavora sul ritaglio e il montaggio didatticamente impeccabile, senza sbavature, privo forse di sfumature, di derive creative che diano un’impronta inconfondibile e unica all’opera intera. Il Novecento per la regista è un secolo da “passare”, quando l’ansia e persino l’angoscia di rincorrere il rinnovamento e il progresso mai si sono acquietate nella coscienza di aver raggiunto la meta. Il documentario si muove nel territorio dell’intrattenimento, attraverso la ricostruzione di un tempo proibito e disprezzato. Tutto ciò dovrebbe essere la spinta alla mutazione, nella memoria e non nella nostalgia po(e)liticizzata e imbellettata. Forse però manca un segnale più netto e radicale sulla discontinuità tra il passato delle fabbriche e il presente frammentato. Soprattutto gli anni Sessanta e Settanta si vedono, perché in quei due periodi il nostro Paese entra nella “modernità all’improvviso”, travolgendo tradizioni secolari e millenarie, al tempo stesso, mentre si afferma l’egemonia del mercato, sempre più arbitro delle contese: il Novecento italiano (e naturalmente non soltanto quello italiano) incontra per l’ultima volta (forse) se stesso, al punto che è possibile descriverlo come il passaggio dall’età dell’ansia a quella del benessere presunto.
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