VENEZIA 66 - Il Cinema Mondo
A prescindere dalle (presunte) assenze autoriali ci sembra che la prossima edizione della Mostra di Venezia confermi il tentativo, già rintracciabile nelle ottime annate precedenti, di travalicare nazionalismi e scuole di pensiero per promuovere il Cinema come linguaggio in divenire, come esperienza di Mondo.
E' certamente presto per esprimere giudizi qualitativi su quello che si preannuncia come il festival politicamente più contestato degli ultimi anni. Eppure tra urla, battaglie contestatrici, polemiche, strepiti relativi ai tagli al Fus, ci pare che ancora una volta la Venezia di Muller abbracci il Cinema inteso come l'unico reticolo comunicativo ancora possibile tra noi e il mondo. "Dietro il programma della 66a Mostra c'è stata dunque la volontà di intendere la cultura come una serie di battaglie d'ordine estetico e morale, i problemi d'ordine morale come qualcosa che coinvolge profondamente il mondo delle scelte personali e dell'immaginario, e l'immaginario come un universo in rapporto con lo stile" ha annunciato Muller durante una conferenza stampa caotica, tesa, con pochi applausi e sostanzialmente viziata dagli interventi di Sergio Castellitto, Carlo Verdone e Andrea Purgatori del Movimento Emergenza cultura spettacolo e lavoro. E' così un peccato che in tutto questo a farne le spese sia stata la giusta attenzione verso un programma che mai come quest'anno si presenta ricco di intuizioni, rischi, scelte non scontate e iperboliche contaminazioni tra cinema d'autore e cinema di genere. Purtroppo la dirompente eterogeneità del programma - capace di aggregare nelle sempre più interessanti sezioni collaterali cineasti del calibro di Frederick Wiseman, Oliver Stone, Alexandr Sokurov, Alex Cox, Abel Ferrara - è passata quasi in secondo piano rispetto al clima autoconservativo e (autocelebrativo) di un movimento cinematografico italiano sempre più preoccupato di difendere i propri confini alimentari e istituzionali.
Quanto sembra lontano da tutto questo il Cinema del Mondo! Ecco, a prescindere dalle (presunte) assenze autoriali - in gran parte dovute alla scorpacciata dell'ultimo Cannes, dove tutti i grandi nomi dell'Accademia e dei Festival avevano trovato spazio in una manifestazione che sembrava più un lussuoso fuori concorso che una seria indagine estetica e sociologica sulle pratiche di consumo del cinema di oggi - la prossima edizione del Festival di Venezia a suo modo conferma il tentativo, già rintracciabile nelle ottime edizioni precedenti, di travalicare nazionalismi e scuole di pensiero per promuovere il Cinema come linguaggio in divenire, come esperienza di Mondo. Eccola qui allora la vera militanza che il cinema di oggi potrebbe avere. La stessa militanza che ha il coraggio di proporre in concorso (!) l'ultimo horror di Romero, o lo stilista americano esordiente Tom Ford (A Single Man), il "nuovo Tetsuo" di Tsukamoto o ancora i magnifici ma quasi sempre invisibili Claire Denis, Jacques Rivette e Patrice Chereau. Se a questi nomi vanno poi ad aggiungersi quelli di due importanti registi internazionali per la prima volta a Venezia, Michael Moore e Fatih Akin, l'atteso remake herzoghiano de Il Cattivo tenente, e il film a sorpresa (molto probabilmente americano) si può affermare che mai come quest'anno il Festival giochi la carta della sostanza progettuale rispetto alla facile vetrina mediatica dei grandi nomi ad effetto. Ovviamente, in attesa dei film...
Conferenza stampa Marco Muller
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