VENEZIA 66 - "Accident", di Cheang Pou-soi (Concorso)
Come accade per il cinema di Johnnie To, qui in veste di produttore, Cheang porta il genere sino ai massimi sistemi, a interrogarsi sui misteri del destino e del caso. Finché quello che sembrava un perfetto action movie si trasforma nel racconto di una paranoia irrefrenabile, di un delirio di dolore e ricordi
Accident segna l’incontro tra uno dei registi hongkonghesi più personali dell’ultimo decennio, Cheang Pou-soi, regista di Love Battlefield, Home Sweet Home, Dog Bite Dog e il grande Johnnie To, in veste di produttore. E il marchio della factory Milkyway non può mancare di far sentire il suo peso, a cominciare dalla scelta di due interpreti come Louis Koo e Lam Suet (che peraltro aveva già lavorato con Cheang). La stessa sceneggiatura, oltre che dagli abituali collaboratori di Cheang, Szeto Kam-yuet e Tang Lik-kei, è firmata dal gruppo di creativi della Milkyway. E i segni ci sono tutti. Quell’inseguimento ossessivo di linee narrative geometriche e pefette, che finiscono immancabilmente per spezzarsi, curvare in direzioni inaspettate, senza mai arrivare a richiudersi in una figura compiuta. Tutto ha inizio da un incidente: un auto che va fuori strada e una donna che viene sbalzata via, oltre il parabrezza. Tempo dopo ritroviamo un uomo, la Mente, a capo di un gruppo di killer che porta a compimento ogni omicidio con la perfetta messa in scena di un incidente. La preparazione, lo studio, la cura maniacale del dettaglio. Il governo del caso che porta alla morte. Ma, all’improvviso qualcosa s’inceppa, va storto. Un bullone salta e manda all’aria l’ingranaggio. E quello che sembrava un perfetto, controllatissimo action movie si trasforma nel racconto di una paranoia irrefrenabile, di un delirio di dolore e ricordi. Come accade per il cinema di To, Cheang porta il genere sino ai massimi sistemi, a interrogarsi sui misteri del destino o del caso. Senza farlo troppo sentire, ma dandolo a vedere… Se il mondo fosse governato da una volontà superiore, da una legge ferrea che ne determinasse le sorti, non ci sarebbe alcuno spazio per l’imprevisto che scompagina il disegno complessivo. L’incidente non sarebbe più il punto di rottura, quella deformazione insperata del piano dell’esistenza che allarga lo spettro delle possibilità. Rientrerebbe, logicamente, tranquillamente, nella previsione della trama. La follia fatale del protagonista è proprio in questa disperata ricerca di una logica che possa permettergli di esorcizzare lo spettro della perdita e di dare un senso agli inspiegabili misteri del vivere e del morire. Ma quale che sia la risposta, gli dei o la fortuna, il mondo è ingovernabile. Ed è nella presa di coscienza di questa ingovernabilità che Cheang marca la sua distanza da To, da quel suo cinema in cui la perfezione cartesiana dello stile slitta sempre per inseguire derive vertiginose, punti di non ritorno, quel cinema di fuochi d’artificio e sfide alla morte. Cheang cerca, all’opposto, la concentrazione. Non lancia sfide e non stupisce. Lavora sull’intensità, scava nell’ossessione e lascia che il destino si compia, senza muovergli incontro.
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