VENEZIA 66 - "South of the border", di Oliver Stone (Fuori Concorso)
Sfacciatamente compromesso, di un'assoluta imparzialità dichiarata che si trasforma da urgenza morale ad esibita ed imprescindibile cifra stilistica contaminante, questo documentario recupera però la narrazione a gran ritmo delle cavalcate dei tempi migliori di Stone, l'esuberanza incontenibile dello shooting, nonché un vorticoso gioco di rimpalli tra pittore e ritratto in qualche maniera simile al Maradona by Kusturica del regista balcanico
Non è un cinema oramai inevitabilmente compromesso, quello di Oliver Stone – di più: è un cinema sfacciatamente compromesso. Da questo punto di vista, pur nella divertita raffazzonaggine di una realizzazione forse meno certosinamente curata che in precedenza, il documentario South of the Border è probabilmente la sortita meglio riuscita del regista da molti anni a questa parte: ne recupera la narrazione a gran ritmo delle cavalcate dei tempi migliori, l’esuberanza incontenibile dello shooting, ma soprattutto l’assoluta imparzialità dichiarata, che si trasforma da urgenza morale ad esibita ed imprescindibile cifra stilistica contaminante (ed ecco allora l’apparizione ‘incazzata’ di Michael Moore nel blob iniziale di spezzoni di programmi d’informazione USA). Non solo Stone narra in prima persona, affidando al suo commento fuori campo oltre che i dati e il racconto dei fatti, anche la sua opinione al riguardo, ma questa volta si inserisce nel finale, da intervistato, tra le interviste che compongono questo suo affresco sulla nuova utopia socialista dell’America Latina riunita sotto la bandiera rivoluzionaria dell’anti-imperialismo capitalista portata avanti dal venezuelano Hugo Chavez, che Stone sembra apprezzare soprattutto come vulcanico provocatore con doti da grossolano show-man. E torna subito alla mente un lavoro trascinante com’era il Maradona by Kusturica del regista balcanico, vorticoso gioco di rimpalli tra il pittore e il ritratto: così, in South of the Border, complice l’evidente fascino che Stone prova per le diverse persone non grate chiamate in causa, possiamo vedere “l’amico Oliver” fare quattro tiri al pallone in compagnia del presidente boliviano Evo Morales, subito dopo aver masticato con malcelato gusto delle freschissime foglie di coca offertegli da Morales; possiamo vederlo sogghignare sornione incassando le frecciate di orgoglio femminista sferrategli dalla first lady argentina Cristina Kirchner; e chiacchierare amichevolmente e senza nasconderne gli apprezzamenti con i leader del Brasile Lula, del Paraguay Lugo, e dell’Ecuador Correa. Nonostante lo spostamento geografico “a sud del confine”, le ossessioni di Stone si confermano essere sempre le stesse: la lotta senza posa per il trionfo delle verità troppo spesso manipolate e messe a tacere dai centri del potere e dell’informazione condizionata di massa; l’innamoramento per Cuba, dove Stone ritorna questa volta per una bella conversazione con Raul Castro (“tu sei il padrino di tutti loro”); l’amore smisurato e nonostante tutto incondizionato – questo sì – nei confronti della propria Patria (il film si chiude con un forte anelito di speranza per l’apertura nei confronti dell’America Latina messa già in atto dai primi mesi di amministrazione Obama), per cui Stone e il suo co-sceneggiatore, lo scrittore Tariq Ali, arrivano a sperare che il vento rivoluzionario possa arrivare negli USA attraverso la nuova generazione di immigrati latinoamericani; e, infine, il luogo in cui si origina tutto il Cinema di Oliver Stone, l’incubo mai dimenticato, il posto e il tempo da cui il suo cuore non ha più fatto ritorno. “Da ex-soldato, la comprendo perfettamente”, dice infatti Stone al Generale Chavez mentre questi si commuove ricordando i suoi soldati caduti nel corso del primo tentativo fallito di golpe in Venezuela.
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