VENEZIA 66 - "Between Two Worlds", di Vimukthi Jayasundara (Concorso)
Il film punta all’apparenza della fascinazione, all’incanto dello sguardo che si poggia sulla superficie, sui suoi bagliori e riflessi. Ma questa ricerca della fascinazione a tutti i costi, questo lirismo manifesto si mostrano ben presto come l’algida costruzione di uno stile perfettamente educato all’autorialità
Non è un nome nuovo per il pubblico dei grandi festival. Vimukthi Jayasandura, classe 1977, cingalese di formazione francese, con il suo primo lungometraggio La terre abandonnée (The Forsaken Land) si è aggiudicato la Caméra d’Or a Cannes nel 2005. Ora torna con questo Between Two Worlds, film che abbraccia la scelta dell’antinarratività e dell’ermetismo, racconto/non racconto che vive di silenzi e affabulazioni, sospensioni contemplative e improvvise esplosioni di violenza, antirealismo estremo e simbolici richiami al presente (la guerra civile in Sri Lanka). Tutto ha inizio con una caduta, un ragazzo che viene giù dal cielo e si trova a vagare tra i due mondi evocati dal titolo: una città percorsa da sommosse e furiose agitazioni e una foresta lussureggiante, popolata da figure misteriose che attraversano lo spazio dell’inquadratura per poi confondersi con l’ambiente, scomparire e ricomparire, come ectoplasmi nati da un sogno. Due mondi che sono anche quelli del passato e del presente, che si inseguono e si sovrappongono in un tempo ciclico dove tutto accade ma nulla muta. Sembra affascinante. E in effetti Jayasundara mira proprio all’apparenza della fascinazione, all’incanto dello sguardo che si poggia sulla superficie, sui suoi bagliori e riflessi. Ma il punto è che questa ricerca della fascinazione a tutti i costi, questo lirismo manifesto si mostrano ben presto come una forzatura sottilmente fastidiosa e stucchevole. Un’algida costruzione che non sembra rispondere a un’urgenza poetica sincera e vitale, ma che appare il frutto di uno stile perfettamente educato e votato all’autorialità. Lo sguardo di Jayasandura è come ammansito, ‘colonizzato’, privato delle sua verginità, al punto d tradursi in un cinema che appare già (troppo) visto, in simbolismi che stranamente sembrano riaffiorare da visioni degli anni ’60 e ‘70. E’ un discorso di impressioni, forse. Sin troppo soggettivo. Eppure non possiamo fare a meno di scoprirci distanti, incapaci di cogliere il senso autentico di un film che predica poesia, ma non tocca mai.
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