VENEZIA 66 - "Reading Book of Blockade", di Aleksander Sokurov (Orizzonti - Eventi)

Tratto dal libro omonimo di Danil Granin e Ales Adamovich in cui si raccontano le storie di alcuni sopravvissuti ai 900 giorni di assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale. Capolavoro memorabile di ricostruzione di quei giorni di profonda tragedia, inanellando parole e tormenti, rievocando fantasmi e ricordi, con la consapevolezza che nessuno è dimenticato e niente è da dimenticare

sokurovCitaem blokadnuju knigu (Reading Book of Blockade) è tratto dal libro omonimo di Danil Granin e Ales Adamovich. Negli anni sessanta, Granin e Adamovich scrissero le storie di alcuni sopravvissuti ai 900 giorni di assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale: testimonianze dirette e agghiaccianti di incursioni, freddo, carestie. In un piccolo studio di trasmissione, persone di varia età – da bambini ad anziani – e di diversa estrazione e professione (studenti, ingegneri, artisti, attori, militari) – leggono brani tratti da questo libro. Immersi nella lettura, questi “attori improvvisati”, sembrano entrare in simbiosi con i protagonisti delle storie scritte. Ognuno si interrogherà sul come riuscire a essere forti e sopravvivere senza perdere il proprio onore né la propria dignità. Capolavoro memorabile che nel finale si concede anche un’immagine dall’alto del Palazzo d’Inverno, in un’atmosfera sospesa e potente, a rievocare il sublime incontro di sgaurdo e immagine che un altro altro grande del cinema contemporaneo trova in ogni fotogramma, Jia Zhangke. Sokurov gira con il tempo nello spazio, in un unico spazio, con un unico sfondo che non sembra avere passato, presente e futuro, ma solo un lunghissimo attimo, un sospiro profondo che gela il cuore e le vene. Girare e scrivere la storia significa soprattutto dare alle date la loro fisionomia, e questo il regista russo lo sa benissimo, anche quando magari è costretto a segmentare la lunga lettura, con alcune immagini e foto di repertorio. Anche la sinfonia di Dmitri Shostakovich, scritta proprio durante l’assedio, nel 1941, si alza lentamente durante le testimonianze lette, come un inno feroce e devastante, pronto a richiamare le ultime forze, le ultime speranze. Sokurov ricostruisce quei giorni di profonda tragedia inanellando parole e tormenti, rievocando fantasmi e ricordi, con la consapevolezza che nessuno è dimenticato e niente è da dimenticare. È crudo, è duro, come il sudato pane del giorno prima, come la fame che ti assale. I corpi senza vita di quella guerra li senti addosso, ti coprono e Sokurov li gira e li accarezza come farebbe con pagine di letteratura filmata.   
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