VENEZIA 66 - "Lo spazio bianco", di Francesca Comencini (Concorso)
La sensibilità della regista riesce a restituire vita e calore alle stanza asettiche di un ospedale e accarezza i personaggi con grazia toccante, li culla come in una danza sulle note lievi di una canzone. E, nonostante i suoi vezzi, il film tocca le corde intime di queste madri incomplete
Dopo la Milano grigia di A casa nostra, Francesca Comencini cambia casa. Attraversa l'Italia, sino a Napoli. Si muove da Nord a Sud, come per abbracciare il Paese intero, ritrovare le coordinate delle nostre quotidianità metropolitane e mappare sentimenti e solitudini. Perché, come è naturale, ogni città ha i suoi colori e umori, modifica le percezioni, le emozioni, gli sguardi e i toni. Tratto dall'omonimo romanzo di Valeria Parrella, sceneggiato dalla stessa Comencini e da Federica Pontremoli, Lo spazio bianco è la storia di Maria, professoressa single, ormai ben oltre i quarant'anni. Maria insegna italiano ai lavoratori (le famose scuole serali) ama i concerti, il cinema, far tardi la sera. Tutto sommato è soddisfatta della propria condizione. Un pomeriggio, al cinema incontra Pietro, un ragazzo 'padre' di dieci anni più giovane. Nasce una storia e, inaspettatamente, Maria resta incinta. Affronta la gravidanza da sola, ma la bambina nasce al sesto mese, prematura. E' necessario completare il processo in incubatrice. E' questo lo spazio bianco del titolo: le asettiche stanze d'ospedale in cui madri 'non più in attesa' sono costrette ad attendere ancora. Una sorta di limbo, uno spazio sospeso fatto di paure, angosce, ma anche speranze, sogni, condivisione, momenti di estrema tenerezza. La sensibilità della Comencini riesce a restituire vita e calore alle fredde pareti e accarezza i suoi personaggi con grazia toccante, li culla come in una danza sulle note lievi di una canzone. Certo: non mancano i vezzi radical chic e, soprattutto nel personaggio del magistrato, i riferimenti un po' stonati all'attualità di un'Italia, che sembra un altro bambino in incubazione, in perenne attesa di una (ri)nascita civile e politica. Ma tutto ciò non toglie nulla alla capacità del film di toccare con misura le corde intime di queste madri incomplete, di raccontare un affetto materno, che, nell'impossibilità di esprimersi, si fa desiderio. In fondo la Comencini vuole disegna il ritratto vero e complice di una donna, con tutti gli scatti e i classici atteggiamenti insopportabili, ma anche con la capacità naturale di far emergere dal profondo forza e dolcezza, sensibilità e coraggio. Ma oltre Maria, oltre il volto intenso di una Margherita Buy sempre più libera da nevrosi e isterie, scorgiamo un altro protagonista. Se nell'intenzioni della Comencini Lo spazio bianco doveva essere un film più visionario rispetto ai precedenti, probabilmente era solo nei vicoli, nelle viscere, nelle acque di una Napoli bellissima e struggente, che queste visioni potevano prendere forma e materializzarsi. E' questa città splendida e malata l'altro cuore del film, l'altro, vero, spazio bianco. E il merito è anche della straordinaria fotografia di Luca Bigazzi, qui capace di immergere, o meglio di far emergere dalla città, dalle pietre e dal mare una sorta di biancore diffuso, una luce evanescente e magica.
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