VENEZIA 66 - "Choi voi (Adrift)" di Thac Chuyen Bui (Orizzonti)

Un intimismo (piccolo)borghese in punta di penna né solido né davvero disposto a lasciarsi andare alle derive dell’osservazione delle anime a ruota libera. Una cosa un po’ alla Sautet, dove le epifanie caratteriali dei personaggi sono scintille appena intraviste e subito disperse nella valanga dolce di microeventi del quotidiano.

choi voiUn matrimonio tra due giovani ingenui, Duyen e Hai, che va lentamente in fumo sotto il peso delle insicurezze. Tutto comincia quando la moglie (Duyen), spronata dall’amica scrittrice con cui ha un rapporto molto intimo e ambiguo, conosce Tho. Poi le incertezze sessuali di Hai e le sue sbandate faranno il resto.
A fronte di uno scheletro drammatico ridotto al minimo, il film procede con un intimismo tutto sommato intelligente ma irrimediabilmente lezioso. Va avanti per accumulo di notazioni psicologiche, che Thac Chuyen Bui è bravo a raccogliere (come si conviene) non dalla mente dei personaggi ma sulla pelle di quello che accade, sulla superficie del quotidiano, con una certa leggerezza. È meno bravo, però, a organizzarle: per un’oretta buona non si sa bene dove voglia andare a parare senza che nessuna suggestione rimpiazzi questa mancanza, si inventa personaggi per farli agire due secondi (ma solo un’ora più tardi) in modo da trascinare avanti alla meglio la trama, e (imperdonabile) fa morire un personaggio secondario quando, prima della fine, i toni drammaturgici non possono non alzarsi.
Viene fuori una cosa un po’ alla Sautet, dove le epifanie caratteriali dei personaggi sono scintille appena intraviste e subito disperse nella valanga dolce di microeventi del quotidiano. Un intimismo (piccolo)borghese in punta di penna né solido né davvero disposto a lasciarsi andare alle derive dell’osservazione delle anime a ruota libera. Man mano che gli sposini affrontano il mondo, anche il film allarga il proprio sguardo e aggiunge riferimenti alla nonna di Duyen e alle sue foto ritrovate per caso, al personaggio della ragazzina oppressa dal padre fallito… Aggiunge, aggiunge, aggiunge, ma non sintetizza mai. In sé il rifiuto di soffermarsi su un personaggio in particolare e farne il ritratto per invece giustapporre pennellate scomposte è una buona idea, ma il quadro, poi, lascia freddi. Il rapporto di coppia si sfalda e si dilegua senza quasi che i protagonisti abbiano potuto metterci becco, e allo stesso modo il film evapora senza ci sia mai stata la forza di farci davvero arrivare qualcosa.
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