VENEZIA 66 - Sopravvivere al presente: "Survival of the Dead" di George A. Romero (Concorso)

 

Romero squarcia i corpi con la stessa veemenza con cui strappa i cuori dei personaggi, che sono letterlmente dilaniati dal di dentro e dal “di fuori”. E in un universo impazzito - come in una sfida all’OK Corral dell’Horror - e senza speranza, dove alla fine anche i morti, gli zombie, sembrano non avere più un’unica scelta, un’unica direzione, si asprono squarci possibili, forse alla morte si puo’ restituire un senso diverso, un percorso diverso (e alla vita?).

survival of the dead“E' molto difficile dirlo oggi quali siano i veri zombie”, ci racconta George Romero, qui al Lido a presentare, quarant’anni e passa dopo il suo primo zombiemovie, il nuovo Survival of the Dead. Ed è forse proprio questo dolcissimo e spaurito senso di confusione, o forse potremmo dire di lucida confusione, uno degli elementi più moderni di questo suo ultimo lavoro. Chi sono gli zombi? Perché ritornano in vita cannibalizzando l’umanità? Sono tutte domande ormai senza più (necessità di) risposta. Perché innanzitutto la questione è sopravvivere. Sopravvivere alla morte, oppure, eppure, sopravvivere al dopo-morte. Cosa fare, cosa farne di questi corpi morti che si rialzano e si cibano dei vivi? E su un isola, al largo delle coste del Nord America, si confrontano/scontrano due famiglie, come in una sfida all’OK Corral dell’Horror. Da un lato O’Flynn, che ha scelto di mettere da parte ogni pietà per una soluzione radicale del problema (far fuori tutti i morti viventi che gli capitano a tiro, amici e parenti più cari compresi), come una sorta di pulizia etnica necessaria, dall’altro, invece, Muldoon, che non è certo proprio un brav’uomo, eppure è convinto di poter sperimentare qualcosa, magari insegnando ai morti a mangiare qualcos’altro, animali, per esempio. La loro diventa presto una guerra privata, con radici nel passato, e O’Flynn starebbe per soccombere, ma viene salvato dall’intervento della figlia Jane, con la quale è in conflitto da tempo, e viene così risparmiato ed esiliato. Ma arrivato nel Continente O’Flynn medita vendetta, e lancia un appello su Internet per mandare più gente possibile su quell’isola, illudendoli su di un luogo di pace ormai impossibile. Qui la storia si incrocia con quella di un gruppo di soldati allo sbando, già comparsi per un attimo nel precedente Diary of the dead, e tutto diviene ancora più complicato. O’ Really prima spara ai soldati, poi, sconfitto, riesce a salire sul traghetto e, abile politico, ad allearsi con loro. Ma sull’isola la situazione è surreale. Gli zombie non vengono più deliberatamente uccisi, ma “rieducati” con tanto di catena nel disperato tentativo di ricondurli dentro i binari di una sorta di “nornalità”.  Ed eccoli gli zombie consegnare la posta, lavorare la terra, o in cucina, ripetendo all’infinito dei gesti meccanici, come in una fabbrica taylorista spinta alla serialità e inutilità più estrema.

E qui Survival of the dead entra dentro le ferite più aperte della lucida visione romeriana: dove finiscono i sentimenti, che cosa diventano i rapporti familiari, dove nascono le intolleranze e i “totalitarismi moderni? Romero squarcia i corpi con la stessa veemenza con cui strappa i cuori dei personaggi, che sono letterlmente dilaniati dal di dentro e dal “di fuori”. Fino allo sdoppiamento estremo delle gemelle, carni dello stesso sangue, specchio estremo dove esplode – anche lì, forse proprio lì’, la “violenza della carne”.  O’Flynn è un moralista che non ha più alcuna pietà, Muldoon un moderno dittatore che vuole solo imparare a governare meglio una situazione ingovernabile. In mezzo soldati senza gradi e disciplina, giovani techno senza meta con l’ideologia del sacro denaro, moderni cow-boys che invece delle vacche gestiscono gli zombi (zombi-boys ?). Un universo impazzito e senza speranza, dove alla fine anche i morti, gli zombie, sembrano non avere più un’unica scelta, un’unica direzione. Si asprono squarci possibili, forse alla morte si puo’ restituire un senso diverso, un percorso diverso (e alla vita?). Le metafore possibili si sprecano, ma Romero mentre continua la sua critica politica al mondo capitalista moderno, che neanche Michael Moore sa rendere cosi’ “concreto”,  dispiega le armi dell’immaginazione oltre ogni confine, e alla fine il duello western non puo’ che finire, come in un horror che si rispetti, sotto il chiaro di una gigantesca luna. I morti si combattono tra di loro, qualcosa, dai vivi, hanno imparato…

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