VENEZIA 66 - "Repo Chick", di Alex Cox (Orizzonti)
Sorta di piccolo, fragile manifesto resistente redatto dall’ultimo degli indipendenti, che proprio nell’accumulo stratificato degli oggetti ai margini del Sistema sembra rivelarsi come un ritratto della mostruosità del Capitalismo; Cox finge di stare girando una sciocchezzuola per ragazzi a toni pastello, con ambientazioni interamente ricostruite in post-produzione utilizzando scarti e refusi del sistema industriale delle merci (appunto vecchi giocattoli di treni, macchinine, casette…): poi se la prende con tutti
A 25 anni di distanza dal primo Repo Man, il Cinema di Alex Cox è ancora in cerca di tesori da recuperare (searchers 2.0, appunto…): questa volta, in ballo c’è addirittura la soluzione della crisi economica americana e dunque mondiale. Il messaggio è questo: se non ci sono soldi per fare i film, allora fateli con i modellini, i fondali di cartone, le macchinine giocattolo!
Cox trafuga dalle produzioni ben più costose di Lucas, Wachowsky o Robert Rodriguez la lampada dei desideri del green screen, ci piazza davanti i suoi improbabili, strampalati personaggi (tra cui la sublime Jaclyn Jonet già vista nel precedente di Cox, perfetta a imitazione delle squillanti starlette pop rimbambite del mondo vip USA), poi se la prende con tutti: finge di stare girando una sciocchezzuola per ragazzi a toni pastello, con ambientazioni interamente ricostruite in post-produzione utilizzando scarti e refusi del sistema industriale delle merci (appunto vecchi giocattoli di treni, automobili, casette…) – mentre invece va disegnando di sequenza in sequenza l’impietosa parabola di una gioiosa liberal chick di famiglia ricchissima (con in camera il poster “hope” di Obama e un quadro di Gesù, a cui ha sostituito ad entrambi il suo volto), che finita in mutande per colpa della crisi non esita un attimo a trasformarsi nella più spietata delle sarahpalin, puntando una pistola contro i poveri e i senza tetto pur di cacciarli dalle proprie case e dal suo Paese.
Nonostante Cox sia ugualmente impietoso anche con i “dissidenti”, regalandoci ovvero l’immagine ridicola di un gruppo di sedicenti terroristi che si battono militarmente perché sia resa illegale la pratica del golf, che continua ad avere esiti disastrosi sull’esaurirsi delle risorse naturali del Pianeta (!), purtroppo c’è da dire che il gioco diverte sino ad un certo punto, dopodiché sopraggiungono una stanca ripetitività, e una sezione finale particolarmente stiracchiata (anche se il discorso conclusivo della protagonista Pixxi De La Chasse è una perla di satira grottesca).
Eppure il film resta una sorta di piccolo, fragile manifesto resistente redatto dall’ultimo degli indipendenti, che proprio nell’accumulo stratificato degli oggetti ai margini del Sistema sembra rivelarsi come un ritratto della mostruosità del Capitalismo – una locomotiva (come una cosa viva) che pare impossibile da fermare nel suo folle tragitto autodistruttivo, ma che una sola puleggia leggermente fuori posto nel settore degli ingranaggi può fare probabilmente già collassare davvero.
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