VENEZIA 66 - "Villalobos", di Romuald Karmakar (Orizzonti)

Per raccontare l’arte di Ricardo Villalobos, Karmakar sceglie di intraprendere un percorso bipartito, dove i lunghi respiri delle performance s’interrompono in modo da lasciare spazio agli interventi del DJ tedesco-cileno, prima catturati nel suo “regno”, alla scoperta del mondo nascosto dentro il suo incredibile studio, e poi raccolti dopo le sue esibizioni, in una riflessione sull’universo della techno

vilallobosE’ un viaggio per iniziati, che disorienta e respinge i neofiti, quello che Romuald Karmakar intraprende attraverso la musica di Ricardo Villalobos, uno dei più quotati DJ che si esibisce nelle cattedrali della techno e architetto di derive elettroniche innamorato follemente della purezza del suono. Per descrivere l’arte di Villalobos, Karmakar sceglie di intraprendere un percorso bipartito, dove i lunghi respiri delle performance s’interrompono in modo da lasciare spazio agli interventi del DJ. Le parole di Villalobos sono dapprima catturate nel suo “regno”, alla scoperta del mondo nascosto dentro il suo incredibile studio, e poi raccolte dopo le sue esibizioni, in una riflessione sull’universo della techno e delle persone che la frequentano. Villalobos racconta nei minimi dettagli la sua arte, la sua passione e il suo lavoro, conducendoci per mano in un processo creativo che genera nuovi orizzonti sonori dissezionando la musica e rimanendo in ascolto delle sue imprevedibili deviazioni - nel suo studio troneggia un gigante di moduli elettronici che elebora sonorità nella totale indipendenza dall’intervento umano. Durante le lunghe riprese che catturano le esibizioni, le rielaborazioni musicali di Villalobos risuonano dietro alla fissità di uno sguardo che, con l’immediatezza scarna e sporca della camera a mano, registra i movimenti compiuti dal DJ tedesco-cileno nella sua “cabina di comando” e che rimane in ascolto da una distanza che tende ad annichilire lo spazio, come se la musica fosse un’organismo vivente che fagocita quanto la circonda, una distanza che restituisce un paesaggio indistinto e ripetitivo dove a muoversi, ad esistere sono unicamente le tensioni della partitura sonora, i suoi vuoti e le sue esplosioni. Karmakar tenta di restituire un’esperienza sensoriale che, a suo avviso, non necessita della materia, ma unicamente della musica, senza accorgersi che la folla che partecipa all’evento (dentro la pista e dentro la sala) rimane solo un insieme indecifrabile di corpi tutti uguali, immobilizzati sotto il tiro delle luci intermittenti e caotiche, e che, lasciati troppo lontano per poter rivendicare la propria partecipazione, diventano una forma inerte, incapace di reagire all’energia liberata dalle vibrazioni sonore disegnate da Villalobos.
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