VENEZIA 66 - "Listicky", di Mira Fornay
L’esordiente regista slovacca Mira Fornay realizza un film che, nel suo essere stilisticamente estremo, può essere amato o odiato con pari intensità. Una storia che vuole arrivare dritta allo spettatore senza mediazioni morali o intellettuali. Nessuna emotività, nessuna spettacolarizzazione del reale. Solo il pedinamento della sventurata protagonista in puro stile Dardenne.
Listicky è un film che non cede a nessun compromesso. Una di quelle opere che non strizza l'occhio allo spettatore per accattivarsene le simpatie né, tanto meno, cerca il suo coinvolgimento emotivo. Un film che non vuole piacere ma che - più ambiziosamente - chiede di essere compreso. Un film che si può amare o odiare con pari intensità e, in entrambe i casi, si è giustificati.Non nasconde la sua inclinazione a volare alto la giovane regista slovacca Mira Fornay e dichiara apertamente di guardare a Bresson e ai neorealisti iraniani per ricercare il suo modello di cinema. Ma, nel frattempo, guardando a quest’opera prima è innegabile rintracciarne l'antecedente più diretto nel cinema dei fratelli Dardenne. Il film si articola in un ininterrotto braccaggio della protagonista: un pedinamento a distanza ravvicinata con il quale si segue con macchina a spalla l'angoscioso vagare di Azbeta (Reka Derzsi), un'autentica outsider venuta dalla slovacchia per raggiungere la sorella a Dublino. E al centro della storia c'è proprio il rapporto tra le due donne, un rapporto conflittuale condito di rancori, incomprensioni e gelosie che trascinano Azbeta in un indiscriminato odio verso il mondo e, soprattutto, verso sé stessa. Tutti gli altri temi trattati (sesso, alcol, immigrazione) restano semplicemente dei satelliti che ruotano intorno a questo nucleo solido e ben definito.
Da subito veniamo proiettati in una storia che sembra già avviata, nella quale – forse - si fa un po’ di fatica ad orientarsi. Il punto cruciale della vicenda è, infatti, antecedente all'inizio della narrazione e viene rivelato soltanto verso la fine del film ricorrendo ad un flash-back che in parte altera gli equilibri della struttura narrativa fin li proposta. La rivelazione finale consente allo spettatore di penetrare nell’intimità del rapporto tra le due sorelle interrompendo quel funzionale stato di straniamento che, allontandolo emotivamente dalla storia, gli consentiva una percezione esclusivamente fisica dei personaggi, non oltre il livello del loro epidermide.
Listicky arriva dritto come un pugno nello stomaco dello spettatore. Senza mediazioni, senza impartire facili lezioni morali e senza richiedere particolari sforzi intellettuali alla ricerca di complesse interpretazioni di secondo grado. Tutto si svolge davanti ai nostri occhi e viene filmato con uno stile volutamente “sporco” che disorienta e destabilizza ma al tempo stesso fornisce allo spettatore una chiave d’accesso alla realtà rappresentata. Mira Fornay osserva attraverso il filtro dei suoi personaggi femminili una società che non è più in grado di offrire alcuna certezza e ce ne restituisce il suo personale ritratto attraverso il vuoto vagare senza meta della protagonista.
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