VENEZIA 66 - "Al Mosafer" (The Traveller), di Ahmed Maher (Concorso)


Ricerca e fuga da se stesso, attraverso un cammino spazio-temporale che segna i tre momenti della vita: giovinezza, maturità, vecchiaia. Il regista egiziano insegue il fascino della tradizione meridionale lasciandosi influenzare da un certo cinema italiano e francese del passato. In tre giorni si può travare forse l'essenza della propria vita e partire per quel viaggio definitivo, forgiato dalla fiamma dei rimorsi 

el mosaferTre giorni nella vita di un uomo, tre giorni cruciali della sua lunga esistenza durante i quali forgia, attraverso un’intensa esperienza umana, che è al contempo ricerca e fuga da se stesso, la sua sensibilità e il suo carattere. Primo giorno. Autunno 1948, Port Said. Hassan è al suo primo giorno di lavoro ma l’arrivo di un telegramma lo spinge a valicare l’Atlantico a bordo di una nave dove conosce la bellissima Nura. Tra i due è amore a prima vista che si consumerà nell’arco della stessa giornata anche per l’arrivo dell’uomo a cui Nura è già promessa sposa. Secondo giorno. Autunno 1973, Alessandria d’Egitto. Hassan si trova in città per incontrare Nadia, figlia di Nura, al capezzale del fratello gemello di lei. Terzo giorno. Autunno 2001, Il Cairo. Hassan è in città per incontrare Alì, il figlio di Nadia, nonchè suo nipote...
La memoria è labile, arriva un tempo in cui probabilmente scopri di non aver custodito il tuo passato e di aver smarrito uno sguardo d'insieme su ciò che sei stato, ciò che avresti voluto essere. Resta pochi istanti pregni di signifacato a segnare l'esistanza di un uomo. In fondo, solo briciole che miracolosamente si fanno perle e nelle quali è racchiusa la tua anima, il tuo vissuto. Arriva evidentemente un giorno in cui le tiri fuori dallo scrigno della tua anima recondita e cominci a maneggiarle, strofinarle, fino al punto che le immagini si rincorrono tra sfavillanti luci, personaggi inventati, identità sovrapposte, tra recalcitranti passioni e fragorosi fallimenti. L'egiziano Ahmed Maher (vincitore del Gran Prix al Festival di Roma) è ormai italiano di adozione, perchè vive, insegna e produce nel nostro paese. Infatti il suo film riflette il fascino della tradizione meridionale (su tutti si pensi a Chahine) influenzata dal cinema italiano con venature felliniane (evidente soprattutto nella prima parte girata su una nave). Ecco che ricerca e fuga da se stesso, attraverso un cammino spazio-temporale, segna i tre momenti della vita: giovinezza, maturità, vecchiaia. Nel cast, Omar Sharif e la pop-star internazionale, la libanese Cyrine Abdelnour. Ambiziosa e scombussolata opera in cui, nonostante i continui ammiccamenti al cinema di grandi autori, resta evidente una certa carenza di scrittura e soprattutto una pericolosa deriva verso un'impalpabile rappresentazione del persorso esistenziale. Ci sono squarci cromatici che lasciano anche abbagliati, appassionate accelerazioni di ritmo, ironiche e surreali scoperte, che si rivelano però solo innoque turbolenze. Un'epifania quindi ogni trent'anni circa, per catturare gli attimi stringenti, lontani però dal provocare il fatale viaggio destabilizzante e matafisico, prefissato, sempre rimandato e un bel giorno forgiato dalla fiamma dei rimorsi.          
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