VENEZIA 66 - "Qu'un seul tienne et les autres suivront", di Léa Fehner (Giornate degli autori)
Stéphane è un fattorino di ospedale frustrato, che vede nel carcere un riscatto alla propria vita. Zorah è una donna algerina a cui hanno ucciso il figlio. Laure è una sedicenne che cerca un adulto da cui farsi accompagnare al penitenziario. Tre vite che trovano un senso nel parlatorio di un carcere, fondendosi con il vocìo di altre vite. Di gesti più che di parole, il film tratteggia un’umanità variegata e dolente, e rivela l’incredibile maturità artistica della regista ventottenne.
Una donna piange disperatamente fuori da un carcere. Chiede aiuto, ma nessuno se ne cura: le altre persone, in attesa di parlare con i propri parenti detenuti, la guardano indifferenti, per poi lasciarsi alle spalle le urla di chi, con i loro dolori, non ha niente a che fare. Una dissolvenza in nero invade lo schermo; inizia il film vero e proprio. Incontreremo di nuovo quella donna verso la fine; il film non riguarda lei, ma intreccia altre storie, che con la sua hanno un solo elemento in comune: la prigione. Ed ecco che ci vengono presentati i personaggi principali. Stéphane è un fattorino di ospedale: chiede soldi alla madre, e la sua fidanzata gli rimprovera di essere una nullità. Laure è una ragazza di sedici anni: è in macchina accanto alla madre, che non capisce perché giocare a calcio per lei sia tanto importante. Zorah è un’anziana donna algerina; da un aereo scende una bara, che nasconde il cadavere del figlio. Tale inizio fa presagire una storia, o meglio delle storie, che parlano di incomunicabilità, di persone sole che non riescono a interagire con gli altri. Qu’un seul tienne et les autres suivront è anche questo ma, paradossalmente, è soprattutto l’esatto opposto: il film parte da rapporti stanchi per svilupparne di nuovi, più reali, fra individui che fino a un attimo prima non si conoscevano. Ed è così che Zorah incontra la sorella di chi le ha ucciso il figlio, e stringe con lei un’amicizia di silenzi e pianti trattenuti. E che Laure incontra casualmente un medico, che la accompagnerà al carcere dal suo ragazzo. Stéphane sembra il meno fortunato: l’incontro che fa è con un uomo che cerca di persuaderlo ad essere egoista. «Guarda la gente che sta aspettando l’autobus. Vivono la loro vita e tu vivi la tua. Punto». Eppure, il vero incontro di Stéphane sarà con se stesso: alla fine, è obbligato a guardare letteralmente in faccia le proprie paure, confrontandosi con il detenuto - suo sosia - di cui deve prendere il posto. E il carcere, da stato metaforico interiore che lo costringeva negli angusti confini della sua inettitudine, diventa uno stato reale e, in quanto tale, costituisce imprevedibilmente la sua libertà. Qu’un seul tienne et les autres suivront non è imperniato sulla solitudine, o sul menefreghismo; comincia da lì per arrivare a un assunto: «Senza gli altri non si resiste». Per questa ragione il luogo in cui le tre storie si consumano è il parlatorio: zona di frontiera in cui si fondono due mondi, il dentro e il fuori, e in cui affetto e rancore si mescolano. A volte è difficile per chi sta fuori. «Come posso amare chi ha fatto una cosa del genere?». Alcuni desistono, altri no. Primo lungometraggio della ventottenne Léa Fehner, Qu’un seul tienne et les autres suivront è un’opera d’incredibile maturità; un film corale, in cui i veri protagonisti sono le innumerevoli comparse, i parenti dei detenuti: vite di cui indoviniamo qualche stralcio grazie a panoramiche che non indugiano, ma rivelano, e sembrano dirci che l’importante è «resistere, che poi gli altri seguiranno».
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