VENEZIA 66 - "Onore e timore". Incontro con Giuseppe Capotondi
L’ultimo dei quattro film italiani in concorso, La doppia ora, segna l’esordio di Capotondi. Ambientato a Torino, sospeso tra sogno e realtà, costruito su una sceneggiatura che gioca con uno spiazzamento continuo, il film è interpretato da Filippo Timi e Ksenia Rappoport. Il resoconto dell’incontro con la stampa
L’ultimo dei quattro film italiani in concorso, La doppia ora, segna l’esordio di Giuseppe Capotondi. Ambientato a Torino, sospeso tra sogno e realtà, costruito su una sceneggiatura che gioca con uno spiazzamento continuo, il film è interpretato da Filippo Timi e Ksenia Rappoport. All’incontro con la stampa erano presenti il regista e gli interpeti, gli sceneggiatori Stefano Sardo, Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Nicola Giuliano, i produttori Francesca Cima e Giampaolo Letta. La conferenza è stata anche l’occasione per ritornare sulle polemiche sorte durante l’incontro con Michele Placido e Letta, portavoce di Medusa, ha tenuto a ribadire che film come La doppia ora dimostrano che anche in Italia siano possibili film attuali, sulla contemporaneità. Iniziamo da una domanda leggera, un gioco. Se dovesse pensare a una remake americano del suo film, quali attori sceglierebbe per i ruoli di Guido e Sonia?
Non nascondo che questo gioco lo abbiamo già fatto, durante la lavorazione del film. Probabilmente Clive Owen e Naomi Watts.
Lei è al film di esordio, come gli sceneggiatori del resto. E in genere, un film di esordio tende ad essere sempre il racconto di esperienze, passioni, esigenze molto personali. In questo caso, invece, La seconda ora segue una strada diversa, lavora sulla scrittura, sui generi. Come mai questa scelta?
Sardo: Probabilmente perché in questo caso il film è frutto di un’elaborazione collettiva. Quindi non poteva esserci troppa autoreferenzialità. E’ solo un caso che abbiamo esordito tutti questo film, sebbene avessimo scritto altre cose in precedenza.
Signor Capotondi, come sente la responsabilità di rappresentare il cinema italiano qui alla Mostra?
Quando abbiamo girato e portato a termine il film, non pensavamo a questa eventualità. Ci siamo preoccupati solo di raccontare una storia. E’ un onore, senza dubbio. Ma non nascondo che provo anche paura, timore. Comunque il mio film verrà giudicato con lo stesso metro di valutazione usato per Herzog. E non è proprio la stessa cosa…
Il film appare anche ricco di riferimenti, di situazioni che rimandano a tanto altro cinema. Da quali registi si sente più ispirato?
Credo che ci siano film che lavorano nella nostra anima, nel nostro inconscio in maniera strana. Film, scene che, quando giri, riaffiorano anche inconsapevolmente. Di certo ci sono molti registi che amo, da cui posso sentirmi ispirato. Per quanto riguarda i momenti thriller, potrei far riferimento a Polanski, il primo Argento, il cinema di genere italiano anni ’70, Lucio Fulci. Per quanto riguarda la storia d’amore, il dolente rapporto di coppia, potremmo andare da Cassavetes in giù. Ma sono riferimenti altissimi. Non sognerei nemmeno un confronto.
Gli interpeti quali sfide hanno dovuto affrontare nella costruzione dei loro personaggi?
Timi: Nessuna…preferisco essere sincero. Ho imparato che durante le conferenze bisogna dire sempre la verità, senza maschere, come a teatro. A parte gli scherzi…è sempre una sfida interpretare un personaggio. In questo caso, di Guido mi piaceva il fatto che si trattasse di un personaggio buono, anche se cinico. Sono rimasto subito colpito dall’inizio. La scena dello speed date, quest’uomo che ogni giovedì si ritrova a far sesso con una donna diversa, senza coinvolgimenti sentimentali. E il bello che queste donne sono tutte d’accordo. E’ una cosa sana. Poi però, Guido trova qualcun’altra, s’innamora, si espone. Dal mio punto di vista, ho cercato di interpretare una storia d’amore. Cosa significa lasciarsi ferire, mettersi in gioco
Rappoport: La sfida per me era in questo gioco tra sogno e realtà. Riuscire a trovare un doppio registro che rappresentasse al meglio questi due momenti.
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