VENEZIA 66 - Generazione in cerca di futuro: "Ruzhaye Sabz" (Green Days) di Hana Makhmalbaf (Fuori Concorso)
Come sarebbe bello poter vedere i nostri ventenni gridare cinema e fare poesia e lotta politica anti regime con la stessa innocenza, disperazione e assoluta necessità di questa ventenne iraniana.
Green Days è un film dentro il cuore della speranza dei giovani iraniani e racconta delle giornate del giugno 2009, poco prima del “golpe elettorale” di Ahmadinejad. Uno straordinario ritratto della società iraniana di oggi che, come ha detto Hana “è come un adolescente, e deve anche sbagliare per raggiungere lo scopo”. GALLERIA FOTOGRAFICA
“Tutte le nostre strade sono chiuse”, ha esclamato con forza e passione, alla stampa qui alla Mostra di Venezia, Hana Makhmalbaf, classe 1988 e una grinta e rabbia da vendere. Quanto sarebbe bello poter vedere i nostri ventenni gridare cinema e fare poesia e lotta politica anti regime con la stessa innocenza, disperazione e assoluta necessità di questa ventenne iraniana. Che non ha paura, oppure ne ha ma ugualmente mette in primo piano il suo volto, ma non per parlare della sua situazione personale o familiare (i Makhmalbaf sono una “famiglia di Cinema” e il padre è tra i rappresentanti internazionali dell’opposizione iraniana al regime), ma come pure “voce del popolo iraniano”.
E ci racconta di questa città piena di lacrime, Teheran, questa metropoli di oltre 13 milioni di abitanti che hanno già compiuto, trent’anni fa, la loro rivoluzione, scacciando lo Shah, ma che oggi cercano di compierne un’altra, ancora più importante: la rivoluzione democratica. Perché l’Iran è un Paese giovanissimo (e incazzato), e la metà dei suoi abitanti è nata dopo la rivoluzione del 1979.
Green Days è un film dentro il cuore della speranza dei giovani iraniani, nato come sorta di instant movie per documentare la volontà popolare alle recenti elezioni di giugno di arrivare ad un cambiamento politico radicale. Hana Makhmalbaf mette in scena una giovane ventenne di Teheran alle prese con una depressione personale che è la metafora della depressione di un paese. E che cerca nel teatro quella libertà di espressione che non è più permessa. Ma anche il teatro, ormai, è censurato, e le giovani attrici recitano con il nastro sulle loro bocche, disperato tentativo di raccontare il soffocamento culturale imperante. Ma c’è qualcosa da fare, di clamorosamente terapeutico, per uscire da questa depressione. Esercitare il proprio diritto di voto e convincere più gente possibile a votare per il candidato riformista Mir Hosein Musavi alle elezioni. E il film si riversa nelle strade, piene di gente che sembra finalmente aver ritrovato la voglia di sorridere, pieni una speranza nuova. E la macchina da presa si sofferma sui volti, sui discorsi tra le auto in fila, tra i tanti sostenitori di Musavi e, anche, i pochi sostenitori del regime. Con questi ragazzi, migliaia, nelle strade, a cercare di parlare con tutti, perche “si può vincere anche per un solo voto” come dice Ava, la protagonista, a un ragazzo che non pensa di votare. Inframmezzato di flash dei tantissimi video con le violenza successive al “golpe elettorale” del 12 giugno (tra cui il celebre video della morte della giovane Neda, il film riporta la documentazione dell’intervento alla Commissione europea di Cohn Bendit che rivela i dati reali delle elezioni, con Mahmud Ahmadinejad che, passa dal 12% reale (terzo e neppure al ballottaggio) a un incredibile 62% che lo fa vincere arbitrariamente al primo turno.
Ma al di là della valenza e necessità politica e di attualità, Green Days è uno straordinario ritratto della società iraniana di oggi che, come ha detto Hana “è come un adolescente, e deve anche sbagliare per raggiungere lo scopo”. Ma quando più di 30 milioni di persone di un Paese hanno meno di trent’anni, questa fotografia del reale diventa anche un ritratto generazionale, di chi non vuole smettere di immaginarsi un futuro.
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