VENEZIA 66 - "La doppia ora", di Giuseppe Capotondi (Concorso)
Il film sconta gli eccessi di un gioco di scrittura sin troppo programmatico e sembra morire già sulla carta. Ma se l’impianto crolla, qualcos’altro sopravvive. E riprende fiato proprio nei momenti in cui Capotondi si concentra sul dettaglio minimo, cogliendo le sfumature e la malinconia di un amore interrotto. Anche grazie al carisma devastante di Filippo Timi
Doppie ore, doppie possibilità. Desideri e segreti. Altre vite da immaginare o da nascondere. E’, ovviamente, palesemente tutto giocato sul tema del doppio il film di Giuseppe Capotondi, esordiente proveniente dalla fotografia, dal videoclip e dalla pubblicità. I tre sceneggiatori, Fabbri, Rampoldi e Sardo (anch’essi alla prima prova nel lungometraggio) orchestrano una storia che vive di spiazzamenti ripetuti, colpi di scena e cambi di rotta improvvisi, tra il sogno e la realtà. Sonia (Ksenia Rappoport), originaria di Lubiana, è cameriera in un albergo del centro. Guido (Filippo Timi) è un ex poliziotto, che lavora come guardiano di una villa antica. I due si conoscono a uno speed date, quelle terrificanti serate in cui uomini e donne s’incontrano ‘a tempo’, si scambiano solitudini, inseguono sesso o, semplicemente, un po’ di compagnia. Ma questa volta è diverso. Tra Sonia e Guido nasce qualcosa. Finché una rapina non fa volgere tutto in tragedia. Almeno in apparenza…
Dal sentimentale al thriller, dal noir all’horror. Ci si muove attraverso i generi. Con un occhio a Hitchcock e Dario Argento, alle atmosfere misteriose di Polanski, a certo cinema anni ’70. Di sicuro un esordio anomalo nel panorama italiano, quasi sempre relegato nei confini dell’intimismo e delle piccole storie minimali oppure geneticamente condannato al j’accuse e allo sguardo sociologico sul reale. Con La doppia ora, Capotondi sembra più porsi sull’altro fronte, quello del nuovo ‘cinema di genere’, di Martani, i Manetti Bros, Puglielli ecc. Si avverte (anche troppo) la consapevolezza del mezzo, un lavoro attento sull’immagine e il sonoro (il personaggio di Guido è specializzato nelle intercettazioni), una cura lodevole nella confezione. Ma ciò che non si avverte mai a pieno è la gioia del fare cinema. C’è, da qualche parte, una zavorra che non permette al film di prendere il volo, che lo condanna alla pesantezza e lo inchioda al terreno. Un qualcosa che, a ben guardare, sta proprio in ciò che dovrebbe costituire il punto di forza dell’operazione, in quello spostamento ripetuto da un piano all’altro, lungo i generi, in quei cambi di prospettiva che ben presto denunziano tutta la loro meccanicità. La doppia ora sconta gli eccessi di un gioco di scrittura sin troppo programmatica e sembra morire già sulla carta. Ma se l’impianto crolla, qualcos’altro sopravvive. E riprende fiato proprio nei momenti in cui Capotondi si concentra sul dettaglio minimo, cogliendo le sfumature e la malinconia di un amore interrotto, gli sguardi di desiderio e i brividi di paura, le speranze e i timori. Alla fine, di fronte all’impossibilità di tramutare il sogno in un’altra vita, ritroviamo i sentimenti. Basta una canzone dei Cure o il carisma devastante di Filippo Timi.
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