VENEZIA 66 - "Mr. Nobody", di Jaco Van Dormael (Concorso)

A 13 anni dal suo ultimo film, il regista belga saccheggia a piene mani l’immaginario cinematografico sulle traiettorie del destino (Sliding Doors moltiplicato per cento per intendersi), scomoda Piccolo grande uomo e non fa vivere mai non solo i suoi personaggi ma neanche i suoi attori, muovendoli come se fossero delle personali marionette da utilizzare a proprio piacimento

Mr. NobodyErano diversi anni che non si sentiva parlare di Jaco Van Dormael. L’ultimo lungometraggio del regista belga, che si era fatto conoscere nel 1991 con Toto le héros, è L’ottavo giorno e risale al 1996. Chissà che tipo di gestazione ha avuto questo film e da quanto tempo è stato pensato. Mr. Nobody infatti punta molto in alto. Nel suo disegno di fantascienza umanista, il film appare di un’ambizione smisurata ma al di là di questa, non sembra esserci una struttura solida che la possa sorreggere.
Nemo è un uomo in viaggio nel tempo e nello spazio. Dall’anno della sua nascita, il 1975 a quando giunge ormai vecchissimo nel 2092 si intrecciano infatti una serie di ricordi veri e presunti su come è stata la sua vita e su cos’altro sarebbe ancora potuto accadere.
Vi ricordate l’unico momento stonato dello straordinario Il curioso caso di Benjamin Button, quello dei giochi del destino che hanno portato il personaggio di Cate Blanchett ad essere investita? Bene, quel singolo momento della pellicola di Fincher è amplificato all’eccesso in quello di van Dormael e praticamente occupa tutto il film. Per un’operazione del genere ci vorrebbe un altro tocco, un’altra mano. Il regista inglese saccheggia a piene mani l’immaginario cinematografico sulle traiettorie del destino (Sliding Doors moltiplicato per cento per intendersi) scomoda addirittura il grandissimo Piccolo grande uomo di Arthur Penn con la figura del protagonista ultracentenario che appare modellato su quello di Dustin Hoffman vecchissimo che apre quel film. Pone sempre il suo personaggio davanti a più soluzioni. Il vantaggio di non scegliere (in tutte le età di Nemo) è quello di mantenere intatte tutte le possibilità e non escluderne nessuna. Ecco, anche van Dormael non sembra scegliere. Pone al suo film più percorsi, li fa tutti insieme come per mantenersi su più binari paralleli. Il protagonista è sempre in mezzo, davanti a due strade. L’immagine del treno dove da una parte c’è il padre e dall’altra la madre che sta partendo è indicativa. Jared Leto vive più esistenze contemporaneamente ma il suo sguardo smarrito sembra chiedersi continuamente cosa sta facendo in quel momento. E Sarah Polley si porta dietro quel modello di personaggi sempre sull’orlo della tristezza, senza nessuna variazione. Van Dormael non fa vivere i suoi personaggi ma neanche i suoi attori. Li fa muovere a suo piacimento come se fossero le proprie marionette. Nemo è la versione maschile dell’Amélie Poulain di Jeunet. E, come lei, non respira mai per conto proprio, ma con il respiratore. Quando l’ossigeno finisce il film si sgonfia. Inevitabilmente e irrimediabilmente.   
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