VENEZIA 66 - "1428", di Du Haibin (Orizzonti)


È del “grande terremoto del Sichuan” del 2008 che il regista cinese si occupa in questo documentario, dividendo il lavoro in due parti: la prima girata 10 giorni dopo la tragedia, la seconda realizzata 200 giorni dopo. Considerato il Michael Moore cinese, Du Haibin, non insegue derive di sguardo e non sembra interessato a sporcare il genere con altre influenze: il suo è un passo cadenzato che auspica concretezza espositiva  

1428Il diciannovesimo terremoto più forte di tutti i tempi, il terremoto di Sichuan del 2008, di magnitudo 8.0 della Scala Richter, è avvenuto alle 14:28 (ecco spiegato anche il titolo del film) del 12 maggio, facendo oltre 69.000 vittime a meno di tre mesi dalle Olimpiadi di Pechino. Il terremoto ha lasciato senza casa milioni di persone; scosse di assestamento, alcune addirittura di magnitudo superiore a 6, hanno continuato a colpire la zona, anche mesi dopo la scossa più potente, causando ulteriori danni. È proprio del “grande terremoto del Sichuan” che il regista cinese si occupa in questo documentario, dividendolo in due parti: la prima ,10 giorni dopo la tragedia in cui si gira tra le macerie in cerca di storie sugli sciacalli, sui sopravvissuti persi nel vuoto e nella più totale disperazione. Tra le rovine si aggira un vagabondo che rappresenterà il contrappunto alla storia e alle immagine: osserva con occhi freddi lo scenario più assurdo e disperato. Nella seconda parte del documentario, il regista ritorna sul luogo dopo 200 giorni. Gli abitanti dei villaggi colpiti maggiormente stanno preparando il Capodanno Cinese durante il rigido inverno. Attraverso alcune interviste trapela la critica degli abitanti verso le autorità locali per come hanno gestito il problema della ricostruzione. Naturalmente viene messa in risalto anche la difficoltà degli stessi abitanti ad indignarsi seriamente, contro il potere centrale, tutt’altro disposto a ricevere critiche dall’interno. Le tendopoli e la vita in esse, questo rappresenta il fulcro della storia nella seconda parte. Du Haibin, considerato in un certo senso il Michael Moore cinese, è un noto documentarista (da ricordare soprattutto una sua opera del 2000, Along the Railway, sui vagabondi di Baoji) nel suo Paese e ha ricevuto in passato anche diversi premi importanti. In realtà del regista statunitense è difficile riscontrare affinità tecniche e stilistiche, pur constatando la stessa passione per il lavoro indipendente, focalizzato sul fronte degli scontri e delle differenze sociali. Il suo stile persegue una certa pulizia formale dell’inquadratura, lasciando la macchina spesso immobile, in attesa dell’immagine rivelatrice. Non ha picchi di sguardo da mostrare, il suo passo è cadenzato e paziente, ricevendo sempre in cambio il dono della semplicità e della concretezza espositiva.  

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