VENEZIA 66 - "Delhi-6" di Mehra Rakeysh Omprakash (Fuori Concorso)

L’indulgenza nel “colore locale” della prima parte si ribalta nel potente affresco di una città e di un tessuto sociale troppo impregnati di immaginario perché se ne possa avere un rapporto semplice e pacifico. È con questa difficoltà che si scontra Roshan, che dagli Stati Uniti torna in patria per la prima volta

delhi 6Roshan vive negli Stati Uniti ma è di origini indiane. Il tumore della nonna, e la conseguente volontà di passare gli ultimi mesi di vita in patria, è l’occasione per tornare a Delhi, nel non facilissimo sesto distretto. In una Delhi in cui Roshan è un pesce fuor d’acqua, ma piacevolmente affascinato da tutto ciò che lo circonda. Piuttosto inevitabilmente, il film a questo punto (ed è l’inizio) indulge in “colore locale”: luoghi e personaggi pittoreschi, colori e odori tipici e quant’altro.
Ma già le prime immagini dopo i titoli, ovvero la dispersione nelle acque delle ceneri di Roshan, in seguito alla quale parte il racconto in flashback, ci mette in guardia. Non è affatto questione, qui, di esotismo d’accatto: il quadro è più complesso. L’indulgenza iniziale nel colore locale non è il fine del film ma il mezzo: è qualcosa che il film letteralmente sconta sulla propria pelle così come Roshan sconta sulla propria pelle l’inserimento tutt’altro che pacifico in una società del genere (che pure etnicamente è la sua).
Perché quando il cammino di Roshan (e i suoi tentativi di conquistare la donna amata) incrociano la Scimmia Nera, il film prende una direzione dversa. Diventa, cioè, un viaggio ambiguo e dai toni sempre malfermi ed oscillanti tra indulgenza e condanna sul nocciolo duro di oscurantismo di un tessuto sociale così epidermicamente affascinante. La Scimmia Nera è una semplice leggenda urbana, un parafulmine per tutto ciò che di sbagliato la società incontra. Anche mediaticamente, non c’è misfatto misterioso che non venga attribuito automaticamente alla Scimmia Nera. E non è semplice superstizione, ma l’incrocio concreto di interessi ed equilibri ben reali e terreni. Allo spaesato Roshan, non potendo negare come semplice illusione questa credenza che ha effetti così pesanti e tangibili socialmente, ma allo stesso tempo non potendo condividere questa assurda fede, non resta che una sola cosa da fare: diventare lui la Scimmia Nera, abbracciare fino in fondo un immaginario che non può accettare passivamente come gli altri abitanti ma che non può nemmeno rifiutare – anche perché c’è una donna da conquistare. È così che diventa cenere da spargere nelle acque: ammazzato dai concittadini con addosso il costume da Scimmia Nera.
Un ambiente troppo complesso perché si possa aderirne dall’esterno. Lo si può fare, sì, ma non senza traumi. Con questo si scontra Roshan, e con questo si scontra Mehra Rakeysh Omprakash. Il quale sa bene che non può abbandonare le forme bollywoodiane che ritroviamo agevolmente anche in questo film, ma sa anche che non può limitarsi a questo. È necessaria una compenetrazione di questa forma coi luoghi reali: ecco allora, provvidenziale, il digitale. Che smorza le tonalità sgargianti di Bollywood in una patina cromatica meno appariscente, più spenta ma più “vera”, e che è magistralmente usato per strappare all’imperativo spettacolare brandelli di ambiente colti nella sua flagranza. E questo intimo contrasto è l’ennesima testimonianza (e vale anche per Gulaal) che una forma apparentemente cristallizzata nel cliché come quella bollywoodiana è, proprio per questa elementarità, passibile (almeno potenzialmente) di infinite modulazioni.
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