VENEZIA 66 - "Gulaal" di Anurag Kashyap (Fuori Concorso)

Violento e intricato dramma elisabettian-bollywoodiano, che senza bisogno di fare nomi e cognomi mira a uno dei punti più incandescenti dell’India contemporanea: il separatismo fascistoide che domina molte realtà locali e che è molto più e molto peggio di una sacca di reazione alla vertiginosa modernizzazione della nazione

gulaalNon è, evidentemente, un dramma elisabettiano. Eppure, Gulaal è un’infinita e sanguinosa catena di violenze per impadronirsi del potere. Il più attivo in questa lotta è fin dall’inizio Duky Bana, potentissimo signore locale che sogna la secessione e indulge volentieri in derive autoritarie, anche grazie a un autentico esercito personale. Il primo a fare la spese dei complotti incrociati che sconvolgono Rajpur (immaginaria città del Rajastan) è Ransa, giovane figlio del sovrano “ufficiale” che trasmetterà il primo barlume di coscienza politica in Dileep, studentello ingenuo e sprovveduto arrivato da poco nella regione. Altre teste cadranno dall’una e dall’altra parte, finché anche lo stesso Dileep, che dapprima pareva stesse per riuscire sorprendentemente a sottrarsi al ruolo di pedina inerte di un gioco più grande di lui, cadrà, vittima del suo furore vendicativo contro la donna che l’ha usato. Anche Duky Bana, però, alla fine, cadrà. In questo para-elisabettiano gioco al massacro dove tutti usano tutti e tutti vengono travolti dalla stessa valanga di sesso e sangue, a perpetuare la spirale anche dopo la fine del film è l’ascesa al potere di quello che fino ad allora è sempre stato il più oscuro e invisibile dei manovratori: rendersi visibile e scoperto segna già il suo destino, e lo conferma la specularità formale del finale con l’incipit in cui Duky Bana sfoggiava la sua onnipotenza.
Non è la Bollywood che ci si aspetterebbe. Eppure, l’impronta di superficie è inconfondibilmente bollywoodiana: periodiche incursioni cantate e ballate che punteggiano il racconto, mix di generi “molecolare” (commedia compresa, a dosi massicce) attivo a livello tanto micro- quanto macrostrutturale, spettacolarità esasperata e quant’altro. Non è comunque difficile riconoscere come e perché Gulaal si discosta da questo riferimento irrinunciabile: le incursioni canore ne sono un bell’esempio, con la loro tensione di sguardi e di allusioni che ne fanno meno una pausa vitale della narrazione che un’iniezione di testosterone ultranarrativo. Per non parlare dei toni cupi e cavernosi che affiorano qua e là.
Meno che mai, però, Gulaal sarebbe una generica tirata contro un potere astrattamente rifiutato in quanto macchina impersonale e mietitrice di vite che mette tutto contro tutti e distrugge tutto. Se è vero che il film dice questo, è anche vero che, senza alcun bisogno di fare nomi e cognomi, mira drittissimo a uno dei più scoperti nervi dell’India contemporanea: il separatismo fascistoide che domina molte realtà locali e che è molto più e molto peggio di una sacca di reazione alla vertiginosa modernizzazione della nazione. Gulaal sembra dire che dietro le belle parole dei leader autonomisti (quelle che occupano il lungo incipit e che tornano periodicamente in seguito, sempre guardando lo spettatore negli occhi) c’è un gioco ferocemente impersonale che non risparmia nessuno: la politica, che si vorrebbe non ci fosse, ma c’è, e ci ammazza tutti. Anche questo è dramma elisabettiano, e anche questo è Bollywood.
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