VENEZIA 66 - Il leone e gli zombie
Il Leone d’oro assegnato al pur intenso Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz sembra riportare tutto nei ranghi di un cinema d’autore dichiaratamente e, quindi, superficialmente impegnato. E’ come se la giuria non avesse accolto la sfida lanciata da una selezione a tratti addirittura folle. Un peccato. Ma, a consolarci restano vivi i sogni, gli amori, gli zombie
Sulla carta, le premesse per una rivoluzione c’erano tutte. Una rivoluzione ‘piccola’, nei limiti di quanto può permettersi un grande festival, che, volente o nolente, è condannato a imbalsamare in una rigidità istituzionale la realtà (o il sogno) del cinema e, ancor più, della vita. Ma, in ogni caso, solo a scorrere i titoli dei venticinque film in concorso a questa 66ª edizione della Mostra di Venezia, le sorprese non mancavano. Basti pensare all’apparente assurdità di presentare nella stessa sezione due lucide follie dell’immenso Werner Herzog, Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans e il film a sorpresa My Son, My Son, What Have Ye Done?, prodotto da David Lynch. Come a dire: se il Leone d’oro fosse andato a uno dei due, Herzog si sarebbe dovuto incazzare per l’altro? Una cosa mai vista, almeno a sentire chi i festival li frequenta da una ventina d’anni. Oppure, meglio ancora, si può pensare all’eresia di inserire in concorso Survival of the Dead, l’ennesimo zombie-movie di George A. Romero, trionfo del cinema di “serie B”, altra lucidissima e ineguagliabile parabola poltico-socio-antropologica. Insomma, il direttore Marco Müller e i selezionatori avevano fatto scelte coraggiose. Alcune di esse sembravano addirittura segni di una sfida lanciata a un sistema (e a un pubblico) chiuso nella calda certezza dello standard autoriale dei grandi festival. Grida di battaglie levate magari in nome di quella nuova politica degli autori sognata proprio da Müller “per far piazza pulita dei falsi e della croste”. Ma le cose non sono andate nella direzione auspicata. Il Leone d’oro assegnato al pur intenso Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz sembra riportare tutto nei ranghi di un cinema d’autore dichiaratamente e, quindi, superficialmente impegnato, per di più distante anni luce dai desideri del pubblico ‘normale’, quello che riempie le sale e manda avanti la baracca. Certo, il film di Maoz non è come il detestabile Das Weisse Band di Haneke, che ha trionfato (?) a Cannes. Ha il pregio di un lavoro teorico sullo sguardo e il punto di vista, la capacità di “scandagliare… il tessuto umano devastato e i brandelli psicologici che la violenza semina senza voltarsi indietro”, come ha scritto Leonardo Lardieri. Ma di sicuro non è il più convincente tra i film
visti in concorso. Tanto meno il più bello. Un Leone stanco se paragonato al sorprendente e magnifico The Wrestler, che lo scorso anno vinse tra l’incredulità generale, anche grazie alla passione di Wim Wenders e John Landis. Resta da sperare che Lebanon non sia uno di quei titoli che troppo presto scivolano nel dimenticatoio. Ma il discorso va ampliato, tenuto conto degli altri premi assegnati dalla giuria presieduta da Ang Lee. Nulla da dire sul Leone d’argento per la miglior regia all’iraniana Shirin Neshat, per l’opera prima Women Without Men, film di indubbio fascino visivo, seppure a tratti troppo compiaciuto della sua bellezza formale. Qualche dubbio (personale) sull’Osella per la miglior sceneggiatura a Life During Wartime di Todd Solondz. Molti dubbi (per usare un eufemismo) solleva, invece, il Premio Speciale della Giuria a Soul Kitchen di Fatih Akin, classico film ‘esca’, ruffiano, confezionato a misura di premio. Non siamo d’accordo nemmeno sulla Coppa Volpi assegnata a Ksenia Rappoport, protagonista de La doppia ora di Giuseppe Capotondi. Decisamente più convincenti le interpretazioni di Margherita Buy (Lo spazio bianco) e Sylvie Testud (Lourdes), date per favorire sino alla vigilia, della stessa Jasmine Trinca (Il grande sogno), insignita del Premio Mastroianni come miglior attrice emergente. Ma a dirla tutta, sarebbe stato magnifico un premio alle due straordinarie nonne di Lola, film a sorpresa… davvero sorprendente del filippino Brillante Mendoza, decisamente una delle cose migliori della sua carriera e di questo festival. Sul versante maschile più scontata la Coppa Volpi all’ottimo Colin Firth, che, con la sua presenza, tiene a galla il deludente e a tratti irritante A Single Man di Tom Ford. Ma anche qui non sono mancate le grandi interpretazioni: il Nicholas Cage diabolico e tenero di Bad Lieutenant, il Roman Duris del film Persecution di Chéreau, il nostro Scamarcio de Il grande sogno (troppo giovane?), il monumentale Viggo Mortensen di The Road, capace disegna mondi con le sole rughe del volto (per non parlare dei pochi, magnifici istanti di Robert Duvall). In definitiva, si è trattato di un palmarès piuttosto deludente, a dispetto di una selezione il cui livello medio, a conferma della grande lunghezza di sguardo di Müller, si è mostrato decisamente alto e in cui i film italiani non hanno sfigurato, a parte le nostre grandi perplessità su Baarìa di Tornatore. E’ come se la giuria di Ang Lee, Joe Dante, Sandrine Bonnaire, Liliana Cavani e Luciano Ligabue non avesse accolto la sfida lanciata, ripiegando sulle opere dal contenuto politico apparentemente più attuale e stringente (la guerra in Libano del film di Maoz, la situazione spinosa dell’Iran). Un peccato. Ma, d’altro canto, a farci dimenticare le delusioni e i disagi di una città non sempre ospitale e di una Mostra in tumultuoso cambiamento, restano vivi i sogni, gli amori, gli zombie. Le due allucinazioni di Herzog (che ha presentato anche un corto di 4’, La Bohème, nella sezione Orizzonti), il dolente e spietato Persécution di Chéreau, la parabola horror di Romero e quella cyberpunk/futurista di Tsukamoto, il potente umanesimo di Mendoza, la saggezza (cinematografica) di Rivette, il cuore sanguinante di The Road di John Hillcoat, gli incidenti di Cheung Pou-soi. E poi, altrove, la Napoli di Abel Ferrara e la Brooklyn di Fuqua, traiettorie metropolitane di sangue e anime, i poeti di Toni D’Angelo, le paure tridimensionali di The Hole di Joe Dante. Fino ai gioielli della Pixar e del grande Sly. MIGLIOR FILM LEONE D’ORO ILLUMINAZIONE PERSONALE
REDAZIONE
Brooklyn Finest (A.Fuqua) Lola (B.Mendoza) e Survival of the Dead (G.A.Romero)
ALDO SPINIELLO
Brooklyn Finest (A.Fuqua) Lola (B.Mendoza) The Road (J.Hillcoat)
CARLO VALERI
Brooklyn Finest (A.Fuqua) Lola (B.Mendoza) Lourdes (J.Hausner)
FEDERICO CHIACCHIARI
Persecution (P.Chereau) Survival of the Dead (G.A.Romero) Green Days (H.Makhmalbaf)
LEONARDO LARDIERI
Brooklyn Finest (A.Fuqua) Survival of the Dead (G.A.Romero) Lebanon (S. Maoz)
MASSIMO CAUSO
My son, my son,….(W.Herzog) Survival of the Dead (G.A.Romero) Poeti (T.D’angelo)
SERGIO SOZZO
Brooklyn Finest (A.Fuqua) Lola (B.Mendoza) Tetsuo III (Tsukamoto)
SIMONE EMILIANI
Brooklyn Finest (A.Fuqua) Persecution (P.Chereau) Il compleanno (Filiberti)
Il grande sogno (M.Placido)
Sono presenti 6 commenti
-
Non ho visto alcun film di Venezia, ma anche a me è saltata agli occhi Jasmine Trinca come migliore attrice emergente. La trovo bravissima, ma ha più di 10 film alle spalle (tra cui due con Moretti). L'anno scorso lo stesso premio andò a Jennifer Lawrence (ventenne, all'epoca con due soli film interpretati, e non certo d'autore). Difficile capire il criterio. Secondo voi è stato un modo per dare comunque un riconoscimento al Grande sogno?
Inviato da 7Annette il 15/09/2009 -
.... perchè ci è piaciuto!
Inviato da carlo v. il 14/09/2009 -
ma perchè votate tutti Brooklyn Finest come miglior film?!?!
Inviato da Dorico il 14/09/2009
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