VENEZIA 66 - "Cafe Noir", di Jung Sung-il (Settimana della Critica)

Il film resta notevole per come sembra voler rappresentare un catalogo, una rassegna delle diverse suggestioni provenienti dal cinema di casa: davvero una sorta di saggio di teoria applicato ad una materia fortemente immaginifica, che per una volta Jung Sung-il, stimato critico cinematografico coreano e regista esordiente, non ha scritto sulla carta ma ha voluto affidare alla formidabile carica evocativa delle sue immagini. Un vero e proprio oggetto educativo

cafe noir

Rinnovando la tradizione dei critici cinematografici passati dietro la macchina da presa, Jung Sung-il non si dimentica della libertà di sguardo che tanto ci piace promulgare quando scriviamo di cinema, e costruisce con il suo esordio da regista Cafe Noir un'opera di durata fluviale (197') in cui siamo lasciati pienamente liberi di appassionarci e innamorarci di qualunque aspetto, storia o elemento del film ci piaccia di più: la quantità sorprendente di stimolazioni dell'occhio che è possibile ritrovare in Cafe Noir alimenta il prolificare degli sguardi, che possono posarsi su di un'inquadratura fissa di una tranquilla tragedia borghese della gelosia, oppure vagare su di un motorino di notte cantando canzoni a squarciagola, seguire il lungo tragitto verso casa di una ragazza a piedi attraverso la città, ascoltare le incredibili storie che tutti i personaggi hanno da raccontare, seguire un balletto improvvisato sulle note di un juke-box, incuriosirsi per gli strani inserti quasi godfreyreggiani che Jung Sung-il inserisce in alcuni punti del film, forte delle capacità strabilianti della sua camera RED One. L'unica indicazione il regista la dà con i titoli di testa, che compaiono sullo schermo dopo circa due ore di film, quando già c'eravamo convinti che Jung Sung-il volesse preservare il flusso della visione da ogni costrizione, compresa quella del "segnale di inizio": e invece la barriera degli opening credits segna la cesura tra la prima parte, maggiormente 'classica', del film, e la totale esplosione dell'inventiva dell'autore che segna la seconda, sicuramente maggiormente slegata e sfilacciata, affidata quasi esclusivamente al bianco e nero che non le impedisce di essere assolutamente onirica e divagante.
A tenere unite le digressioni di questo grande romanzo per immagini, la figura centrale del professore protagonista, di cui la prima parte potrebbe essere il passato, e il resto della vicenda invece raccontarne il presente – ma anche di questo non vi è certezza, ben facile sarebbe riordinare il corso degli eventi del film in una sequenza nuova.
Seppure, questo va detto, l'esperienza di Cafe Noir non contenga in sé alcuna reale novità o frattura con quanto è possibile, stilisticamente e concettualmente, vedere nel cinema coreano di questi anni, il film resta a conti fatti notevole per come sembra proprio voler rappresentare un catalogo, una rassegna delle diverse suggestioni provenienti dal cinema di casa: davvero una sorta di saggio di teoria applicato ad una materia fortemente immaginifica, che per una volta Jung Sung-il non ha scritto sulla carta ma ha voluto affidare alla formidabile carica evocativa delle sue immagini. Uno spazio senza una reale cadenza di tempo dove convergono gli universi e le sorti di decine di film possibili, un esercizio di visione che si pone davvero anche come evidente oggetto educativo.

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