VENEZIA 66 - "La Danse - Le Ballet de l'Opéra de Paris", di Frederick Wiseman (Orizzonti)
Lo sguardo è solo all’apparenza neutrale. L’occhio implacabile dell’obiettivo sfiora l’invisibilità, per manifestarsi subito dopo, in un lampo, nel fugace riflesso di uno specchio. E’ l’immagine chiave, che segna il ritorno in campo del ‘proibito’, palesando tutto il peso dell’idea e della visione, di ciò che regge le fila della creazione
Dopo essersi già inoltrato nei segreti della Comédie Française (1996), Fred Wiseman torna a Parigi su invito di un altro sacro tempio della cultura europea, l’Opéra. Tre mesi di riprese, una quantità di materiale girato impressionante, un lavoro di montaggio drastico e minuzioso al tempo stesso. Il risultato finale è un documentario di 159’, in cui lo sguardo di Wiseman, mai invadente eppur mai neutro, esplora i meccanismi e le dinamiche di una comunità perfetta e chiusa, di un microcosmo che detta da sé i ritmi della vita non solo artistica di centinaia di persone. Più di 150 tra ballerini, primi ballerini ed étoiles, decine e decine, impiegati, artigiani, tecnici. Tutti lavorano per un solo fine: mantenere alto il prestigio de le Ballet de l’Opéra, uno dei più importanti al mondo. Con la sua macchina da presa, che sfiora soltanto l’invisibilità, per poi appalesarsi, svelare in un punto di visto mai perfettamente invisibile), Wiseman si addentra nei meandri più sconosciuti di Palais Garnier. Dagli oscuri sotterranei, che sembrano fare il paio con quelli del Louvre, percorsi dai fantasmi di Visage di Tsai Ming-liang, sino ai tetti, dove si aggira un apicoltore intento ad accudire i suoi insetti. Un altro assurdo, fantascientifico fantasma, che d’un tratto appare come la cifra, la metafora in carne ossa di tutto quanto il resto. Le sale di prova, dove per ore e ore i ballerini, guidati dai loro maestri, ripetono allo spasimo i movimenti, alla disperata e caparbia ricerca della perfezione. E poi la sala mense, gli uffici dei dirigenti e del personale, le officine dei tecnici, i costumisti, i parrucchieri. Un altro alveare, in cui infaticabili come le api, centinaia di persone lavorano in vista dell’eccellenza. Null’altro che l’eccellenza. Wiseman, fedele al suo metodo, non commenta, ma lascia che il senso scaturisca dalle immagini, dai dialoghi dei personaggi intenti nella loro pratica quotidiana. Eppure, come sempre, il suo sguardo è solo apparenza neutrale. L’occhio implacabile dell’obiettivo sfiora l’invisibilità, per manifestarsi subito dopo, in un lampo, nel fugace riflesso di uno specchio. E’ l’immagine chiave, che segna il ritorno in campo del ‘proibito’, palesando tutto il peso dell’idea e della visione, di ciò che regge le fila della creazione. L’osservazione parte sempre da un punto ben preciso dello spazio, della mente e dell’anima. Come al solito, Wiseman è implacabile nel mettere a nudo le strutture su cui poggiano le istituzioni, la gerarchia che costituisce lo scheletro le singole formazioni sociali, quei ‘piccoli’ mondi che sono sempre una cifra del mondo ‘intero’. Una ballerina non sarà mai un’étoiles, se non a prezzo di anni, fatiche, sudori. Il reale deve pur funzionare in qualche modo e il cinema può essere quel puro strumento di rilevazione che misura le forze e le misure del meccanismo. Ma Wiseman immagina anche altro. Un cinema che sveli l’invisibile, capace di cogliere nell’armonia dei movimenti, nella fatica della bellezza la struggente sfida al declino e alla morte. I ballerini lottano per una breve perfezione del corpo. Ma non possono impedire che il riflesso della loro immagine venga infranta dalle linee di uno specchio.
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