Shinya Tsukamoto: cyber-visioni
Tra i più originali degli autori giapponesi contemporanei, è considerato l'antesignano del cinema cyberpunk del Sol Levante. Presente, lo scorso anno, anche al Festival di Venezia, con la sua ultima opera, Tsukamoto ha visto dedicarsi una retrospettiva completa all'Istituto Giapponese di Roma

È nelle trasfigurazioni fisiche che il cinema di Tsukamoto attecchisce; è nelle trasformazioni più aspre e complesse che il cinema giapponese ha posto fine alla transizione. Consapevole di essere prigioniero della rete globale, il Giappone esprime, su grandi, medi e piccoli schermi, tutti i timori di una società senza più assolute certezze economiche e sociali.
Città di cemento, vetro e metallo, "spettri" che emergono dai sistemi video, dalla rete telematica: questo non è Kabuki o storie di fantasmi. Ora il corpo combatte con l'ambiente devastato e ferito, che fagocita la materia organica e di noi non resta che il cervello. Come in un manga Tetsuo (1989) è onirico turbinio di aberrazioni mutogene; il corpo ormai è un'enorme macchina da guerra destinata a seminare morte e distruzione. I dialoghi fanno spazio a sonorità cacofoniche e metalliche; si può solo assistere impotenti alla metamorfosi. Non è fantasia la repressione generata dalla città e del suo naturale sfociare in una violenza disumana
Il blu si impadronisce dello spazio di Tetsuo II: Body Hammer (1993) e il rosso delle componenti vitali del corpo. La carne e il metallo si fondono freneticamente per ridefinire l'alienata esistenza dell'impiegato cui gli hanno rapito il figlio.
Mutazioni dalle connotazioni psicologiche in Tokio Fist (1995) e Bullet Ballet (1999) in cui il corpo è pestato da pugni e aggredito da piercing e tatuaggi. Esaltazione sfrenata della violenza come unico sentimento possibile nella realtà urbana. Estrema libertà dei movimenti di macchina come calibro dei toni bianchi neri e grigi che lasciano attrito tra uomini e geometrie metropolitane.
L'"uomo di ferro" della saga "Tetsuo" lascia il passo agli sfregi permanenti e sanguinanti sui corpi da riappropriarsi.
Ma quando il gemello di Gemini (1999) torna improvvisamente a casa e fa sua la vita del fratello, agiato medico, la ricerca cromatica, il senso dello spazio e del tempo sì "normalizzano". E' la sospensione a dominare la scena: le apparenze, le apparizioni, le "opacità narrative", tengono scacco e immobilizzano l'immaginazione sulle tensioni dell'anima.

L'opaco svanisce in Un serpente di giugno (2002) e torna la spigolosità mentale. Un marito tiene a freno i propri desideri e "sfrega" a ritorno dal lavoro le piastrelle e i sanitari. La giovane moglie si adegua e quando si masturba è colta dal fotografo maniaco. Le foto scattate di nascosto scuotono la coppia e la sessualità "scoppia".
Ma che cinema è? Cinema alla ricerca dell'identità e dell'essenza della passione, cinema di lotta tra uomo e habitat, cinema che svela l'inorganicità che ci soffoca. Ma è anche cinema fatto di pittura a inchiostro digitale, dove la sensibilità cromatica e le tecno-immagini si fondono.
Tsukamoto lavora con le rimanenze di magazzino: i suoi personaggi si appiccicano spazzatura sulla pelle per sfigurarsi. Il pubblico sa di assistere a una finzione, sa e vuole distinguere il sogno dalla realtà; il regista gioca sugli scarti tra fittizio e realtà.
Anche la sopraffazione, lo scontro fisico e la lotta sono finzione perché in Giappone non esiste violenza nella vita quotidiana: ci s'inchina tutto il giorno, con il capo, con la moglie. La violenza è sistematicamente rimossa. La violenza contemporaneamente è rivolta al potere ma anche al sogno. La violenza è l'esasperazione di un carattere - la rabbia - rimosso e represso, che non si manifesta mai se non in forma di fantasia.
www.cineasie.com/tsukamoto
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