"La sposa turca", di Fatih Akin
Dal "problematico" o criptato nello stile alto e spesso aristocratico del cinema degli anni Settanta, a Fatih Akin: esponente che mira ad unire l'intrattenimento, il gioco metacinematografico e l'esotismo(?) alla riflessione sulla quotidianità di un Paese che sembrava invulnerabile.

Si può parlare di definitiva rinascita del cinema tedesco? E con quale cinema ci si deve confrontare? Una cosa è certa, la Germania riunita e cosmopolita spopola da qualche anno al botteghino e ai Festival. Good Bye Lenin! di Wolfgang Becker, Halbe Treppe di Andreas Dresen, Schultze gets the Blues di Michael Schorr, Il miracolo di Berna di Soenke Wortmann, sono la prova incontrastata di un risveglio creativo dopo il recente e "pesante" passato. "Le cinematografie tedesche" parlano più lingue e non vogliono essere eccessivamente "problematiche" o criptate nello stile alto ma spesso aristocratico del "Nuovo Cinema" degli anni Settanta. Si è passati al novero dei prodotti "di genere" (discutibili e ruffiani, a volte), trattandosi di ironici, coloratissimi melodrammi, in cui si mira ad unire l'intrattenimento, il gioco metacinematografico e l'esotismo alla riflessione sulla quotidianità di un Paese che sembrava invulnerabile. Cinema "métisse" del giovane turco-tedesco Fatih Akin che si ripete dopo gli apprezzati Short Sharp Shock e In July. "Melting pot" che alterna commedia e dramma, (neo)realismo orientale che taglia obliquamente lo sguardo su una società in cui l'emigrazione rappresenta una fonte inestimabile di spinta e di rinnovamento. Basti ricordare un altro titolo: Schussangst (Paura di sparare) del georgiano di Stoccarda Dito Tsintsadze, vincitore a San Sebastian l'anno scorso. C'è un personaggio più che una scena nel film vincitore del Leone d'Oro 2004, che colpisce per la sua forza: l'autista di autobus è turco. La ghettizzazione politica e sociale delle minoranze si può combattere o si può scongiurare mescolando gli "ospiti" nelle attività ad altissima potenzialità relazionale. In Italia non c'è un solo tranviere arabo... Ruvido e impietoso dramma sulla possibilità di mettere fine alla propria vita senza uccidersi; è questo che prova a spiegare il dottore a Cahit quando si ritrova in ospedale per tentato suicidio o "semplice" autolesionismo. Tra quelle mura incontra Sibel e la vita di entrambi cambia. Lei vuole divincolarsi dalla morsa familiare fatta di restrizioni e catene religiose; per riuscirci deve sposare un turco perchè possa essere accettato senza problemi dai suoi genitori e da suo fratello. Due "io" che nel corso della storia si fondono in un "noi". È un "noi" distruttivo che ricompone lo stato originario scorporato dal desiderio di morte permeante. Ciò che prende (anche se più da un punto di vista formale che per un effettivo coinvolgimento emotivo) è quella diffusa e apparente lavorazione cronologica e cadenzata sulle caratterizzazioni dei personaggi, che dipana estratti biografici. A traballare sono le prospettive culturali: quella tedesca, quella turca-tedesca, quella turca, quasi mai s'incontrano per poter poi divergere. Cogliere le sfumature dei ritratti umani, compromette inevitabilemente il controllo sul materiale sociale in eccesso. La "sanatoria" è d'obbligo quando l'incertezza non permette di pianificare a lungo termine il proprio sguardo nel futuro.
Titolo originale: Gegen die wand
Regia: Fatih Akin
Interpreti: Birol Uenel, Sibel Kekilli, Catrin Striebeck, Meltem Cumbul, Guner Cem Akin, Guner Aysel Iscan
Distribuzione: BIM
Durata: 123'
Origine: Germania, 2003
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