"Spy Game" di Tony Scott
Opera riuscita nel carattere binario tipico del cinema di Scott, ma spiazza negativamente per l'uso del montaggio come in un videoclip. Da Anni Redford non fornisce una recitazione così ambigua.
"Spy Game", opera di chiusura dell'ultimo Noir in Festival di Courmayeur, ha l'epilogo aperto degno del thriller hi-tech. Sancisce infatti nel racconto filmico la precarietà di un equilibrio, in cui per una volta la dimostrazione dell'amicizia virile giunge inaspettatamente senza l'intervento diretto del mittente nei confronti del destinatario. Questo epilogo è anche il segno di una differenza narratologica all'interno del genere spionistico: la solidarietà quale referente materiale del cinico universo dei servizi segreti, ricade spesso nella tragedia individuale, riportando anche un agente vissuto, pluridivorziato e in odore di pensione come Nathan Muir, all'oblio di nemico della patria quando opta per la salvezza del pupillo Bishop. La conclusione in altri termini attua un ribaltamento: al consueto riavvicinamento degli innamorati, che si chiamano stavolta Tom Bishop/Elisabeth Hadley, Tony Scott contrappone dialetticamente un allontanamento spaziale della coppia. Prima nel carcere cinese non hanno nessun tipo di contatto, poi collocati su elicotteri diversi si scrutano forse a distanza. In particolare quello di Elisabeth è magari un falso raccordo di sguardo nei confronti, di chi ha messo a repentaglio la vita per salvarla. E' forse questo l'evento drammaturgico che spiazza di più in un intreccio, che fin dal titolo e dall'iconico Redford denunciava una teorizzazione sulla spy-story. Una chimera per uno come Scott che non possiede gli strumenti ermeneutici adeguati per realizzarla. Logicamente anche perchè il tema della CIA ha attraversato con esiti discontinui e in maniera asfissiante il cinema americano degli ultimi trent'anni, declinandosi in molteplici articolazioni. Fra queste la sceneggiatura sceglie di confluire nel noir affiancandosi, alla presenza costante di agenti e cittadini da immolare sull'altare patrio come il medico nell'episodio libanese incaricato di sopprimere lo sceicco. Il congegno si articola spesso su una battuta di Muir ("un gioco che nessuno vuole perdere") in Germania, sviluppando fino al parossismo il cinismo insito negli ambienti dell'Agenzia. Unico dogma: cercare di smettere di agire col sentimento, ma con la razionalità. E al regista il "gioco" riesce soprattutto quando la struttura narrativa presenta un carattere binario come quella dei precedenti "Allarme rosso" e "Nemico pubblico". Muir e Bishop sono due "Brothers in Arms", proprio come il celebre e funzionale brano dei Dire Straits contestualizzato dal "soundtrack". Segna invece un po' il passo, quando è scandito da un montaggio a tratti accellerato e capace di inanellare "frame stop" che impongono una precisa linea temporale tramite i flashback seppiati di Vietnam, Germania e Libano. Servono certo a presentare il rapporto mentore/apprendista che intercorre fra i due. Ma se Tony Scott tende come in "Nemico pubblico" più a videoclippare che a raccontare, pur controllando di più l'esuberanza visuale dei primi insopportabili trascorsi ("The Fan: il mito") evidenzia anche maggiori ambizioni con un Redford che non ripete stoicamente "I tre giorni del condor", ma fornisce una recitazione più sottilmente ambigua, come non faceva da molti anni a questa parte. Titolo originale: Spy GameRegia: Tony Scott
Sceneggiatura: Michael Frost Beckner, David Arata
Fotografia: Daniel Mindel
Montaggio: Christian Wagner
Musica: Harry Gregson-Williams
Scenografia: Norris Spencer
Costumi: Louise Frogley
Interpreti: Robert Redford (Nathan Muir), Brad Pitt (Tom Bishop), Catherine McCormack (Elizabeth Hadley), Stephen Dillane (Charles Harker), Marianne Jean-Baptiste (Gladys Jennip), Matthew Marsh (dr. Bryars), Todd Boyce (Robert Aiken), Michael Paul Chan (Vincent Vy Ngo)
Produzione: Marc Abraham, Douglas Wick per Beacon Communications LLC/Red Wagon Entertainment/Zaltman Film
Distribuzione: Medusa
Durata: 126'
Origine: Usa, 2001
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