"4 amiche e un paio di jeans", di Ken Kwapis

In Kwapis l'incanto e la deriva delle certezze non hanno la forza di quella assunzione liberatoria e partecipe di uno sguardo che rifonda il mondo come presenza a partire dall'inquietudine dell'esilio, dell'assenza e della solitudine, ma tutta la debolezza di un cinema da ripensare a partire dal suo allontanarsi/spegnersi allo sguardo.

Lo sguardo esule. Poter ripartire ogni volta dal cinema, dalle immagini disseminate intorno al nostro sguardo che cerca di ricostruirne il mosaico nell'intarsio del tempo. Uno sguardo emozionante e manchevole nella sua eccentricità, nel suo essere esposto al continuo movimento della vita in esso riflessa. Uno sguardo desideroso di ritessere le tramate smagliature dell'esistenza lacerate dalle passioni e dall'ansia, dal dolore e dall'attesa di ciò che si offre alla vita e, insieme, scomposto dal ricorrere degli spazi, degli eventi, delle azioni, dei paesaggi, delle storie minime, degli amori ossessivi. Uno sguardo inquieto posato, gettato su/in corpi sparsi e dispersi eppure sentiti vicino nel loro emigrare esuli (o, molto più probabilmente, esiliati...) dalle immagini raggrumate intorno alla memoria, occhio intimo ed estatico che trascina oltre se stessi, oltre ciò che è presente, nel nostro continuo essere traditi da scatti ora carnali ora fantastici, così spesso legati allo sciogliersi stesso del cinema e della vita. All'inizio di Quattro amiche e un paio di jeans, opera prima di Ken Kwapis tratta dal romanzo di Ann Brashares, c'è una breve sequenza che ritrae il funerale della madre di una delle ragazze, poche inquadrature immerse in una luce fredda che bagna il verde degli alberi e il nero degli abiti, quadri fissi sull'inespressività di volti avvolti dall'impotenza della loro fragilità, ed è come se il nostro sguardo si aprisse su un cinema che vuole costruirsi, ancora una volta, a partire dall'assenza, su un cinema ansioso di ritornare a vivere mostrando il dolore della perdita, quel movimento luttuoso che ci chiede di spingerci oltre il vuoto spettrale che snerva l'atto della messa in scena; e poi... La sequenza si chiude sulla corsa/fuga della figlia della donna morta dal cimitero e con lei del regista da quel lembo di cinema che (forse inconsapevolmente) aveva toccato. Così Kwapis fugge senza inseguirla e senza seguire le quattro amiche nel loro passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Allora l'incanto (l'idea che un jeans, che le quattro amiche si scambiano nelle loro vacanze estive, possa realizzare i loro desideri) e la deriva delle certezze (la scoperta che vivere può anche significare perdersi per ri-trovarsi) non hanno la forza di quella assunzione liberatoria e partecipe di uno sguardo che rifonda il mondo come presenza a partire dall'inquietudine dell'esilio, dell'assenza e della solitudine, ma tutta la debolezza di un cinema da ripensare a partire dal suo allontanarsi/spegnersi allo sguardo.

Titolo originale: The Sisterhood of the Travelling Pants
Regia: Ken Kwapis
Interpreti: Alexis Bledel, Amber Tamblyn, America Ferrera, Blake Lively, Jenna Boyd
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 110'
Origine: USA, 2005

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