"A me interessava l'idea di come ci si possa incontrare solo quando non si ha più qualcosa da condividere." Incontro con Sergio Rubini.
Con "La terra" il regista-attore prosegue il suo viaggio a ritroso nella Puglia, sua terra di origine, concentrando l'attenzione su conflitti familiari, un misterioso fatto di sangue, un senso di giustizia primitivo.

Come nasce la storia e quanto c'è di autobiografico in essa?
S. R.: Ogni cosa che un regista o un autore fa contiene sempre qualcosa di personale, quindi in qualche modo un film è sempre autobiografico. Anche se io non ho una famiglia come quella rappresentata in questa storia, trovo ad esempio molto vicino a me il fatto di non voler possedere qualcosa. Parto dall'idea che la proprietà, nel caso del film la terra, divide, e sbarazzandosene la famiglia si riunisce. I miei personaggi quindi si ricongiungono, si riappacificano quando non posseggono più nulla. A me interessava l'idea di come ci si possa incontrare solo quando non si ha più qualcosa da condividere. Ai tempi d'oggi la terra la prende chi la vuole, le cose non hanno più un valore primario: sarebbe stato terribile concludere il film con i quattro fratelli che mettono su insieme un agriturismo. I rapporti vanno recuperati nella loro essenza più semplice senza il condizionamento delle cose materiali. Questa è una famiglia che cerca l'armonia e la trova nel momento in cui non c'è più nulla da condividere. E' chiaro che il film non va preso come un esempio concreto da seguire. E' il racconto di una famiglia e del valore della famiglia, che in Italia è sempre molto forte.
Con il film si vuole evidenziare il carattere cupo del Sud?
S. R.: Io sono andato via dalla Puglia a 18 anni quindi non sono in grado di esprimere un parere su dei luoghi in cui ho vissuto solo fino ad una certa età. Sono luoghi che ora fanno parte di miei giochi mentali fantasiosi. Non ritengo che i miei personaggi siano depressi ma, al contrario, sono tutte persone molto attive, vitali. E comunque non dobbiamo dimenticarci che nel Sud si vive una certa eredità greca: la tragedia greca. Trovo sicuramente molto più cupi e depressi certi salotti della borghesia. I miei personaggi sono contenti di vivere, malgrado le difficoltà quotidiane che incontrano.

La struttura della storia si rifà ad una letteratura specifica?
S. R.: All'inizio avevo pensato un po' a Dostoevskij, in particolare all'aristocrazia della terra che trascrive nella sua narrativa: la vedo un po' come l'aristocrazia del Sud. Ma nel film quel che per me conta è la presenza di elementi legati al giallo, inteso nella sua struttura più semplice, e gli elementi legati appunto al valore della famiglia. C'è un momento in cui la famiglia ti chiama per risolvere delle cose: sei costretto a prenderti cura dei tuoi cari e ti anche rendi conto che da questo richiamo non si può scappare.
Come sono stati scelti gli attori?
S. R.: Fabrizio Bentivoglio è in questo film da sempre: quando io e Procacci pensavamo al film, avevamo già in mente Bentivoglio come protagonista. Si può dire che il suo volto faceva parte della storia sin dalle prime stesure della sceneggiatura. Gli altri attori invece sono stati scelti attraverso diversi provini. Ho richiesto delle lunghe prove, sono molto esigente, ed alla fine ho ottenuto un film recitato benissimo. Dietro c'è la convinzione che in un film non si può fare a meno della recitazione. Anche io ho la mia parte ma, ad esempio nel mio caso, è stato proprio Procacci a consigliarmi di interpretare un ruolo, un personaggio che nel film è il simbolo del male.
Sembra che ultimamente il cinema italiano proponga più spesso storie dove i delitti restano impuniti: a cosa è dovuta la scelta?
S. R.: Infatti anche nel mio film il delitto è senza castigo con la giustizia degli uomini e non dello Stato. Forse oggi ci sono più fatti dei quali poter parlare con maggiore libertà. E in termini generali sono molti i reati che restano impuniti. Il mio personaggio fa giustizia in una società che non conosce altra forma di giustizia se non quella primitiva, della tribù. Al mondo d'oggi penso che ciò sia dovuto alla distanza tra l'uomo e Dio, talmente forte che il castigo lentamente svanisce oppure è affidato alle mani degli uomini. E' un problema esistenziale.
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