"La Terra", di Sergio Rubini

Un film di contrasti, dualismi e contraddizioni osservati con intensità quasi western: un ritorno a un cinema di conflitti che sembravano nel frattempo essersi risolti e che per questo ha un sapore amaro seppure epico.

Tutto ricomincia là dove era iniziato, da una stazione sperduta nel profondo Sud, in una terra dal sapore arcaico, che rivendica sin dal titolo la sua centralità. Perché per il suo nuovo film da regista Sergio Rubini decide di porre la propria attenzione sugli elementi brulli della meridionalità, tornando alle origini del suo cinema, a storie di conflitti che sembravano nel frattempo essersi risolti. Non più la solarità di Tutto l'amore che c'è o la magia (anch'essa arcaica, ma in fondo benigna) de L'anima gemella, dunque, ma tutt'altro: ne La terra si respira un'amarezza dal sapore oppressivo, tragico, una maledizione del sangue che spinge il "professore" emigrato (Fabrizio Bentivoglio, già alter ego del regista nel precedente L'amore ritorna) a tornare nella terra d'origine per riscoprirne soltanto la ritualità ossessiva e la conflittualità latente. L'effetto è ovviamente dirompente nella maniera in cui una persona affrancatasi da una realtà dura deve compiere un viaggio nella memoria e nel proprio dualismo: perché il Luigi di Bentivoglio è una figura sfaccettata, che ha fondato la sua fuga/rinascita proprio su un atto di violenza (scagliando una brocca di vino contro il padre manesco), salvo poi abbracciare un approccio alla vita più "ragionevole", che ne ha fatto il figlio "riuscito", quello che viene richiamato proprio per sanare i contrasti fratricidi con l'arma della cultura, dell'intelligenza e del buon senso. Attitudini da opporre tanto alla rozza veracità del contadino Aldo, quanto all'incapacità manageriale dell'affarista Michele e alla debolezza del più giovane Mario.

La spirale di affetti e consanguineità si mescola a ricordi dei luoghi di un tempo (la spiaggia, la scuola) e a riti che rivelano tutta la contraddittorietà di un posto apparentemente ordinato ma in realtà basato su gerarchie settarie: esemplare in tal senso la splendida sequenza della processione che diventa soprattutto un modo per affermare il proprio essere al centro della scena e della vita cittadina. Rubini riprende le statue e i volti in modo inquieto, esplicitando quella forza arcana insita in un modo di vivere la religiosità formale e non necessariamente liberatorio nei confronti del malessere circostante, al punto che l'esplosione di violenza finale (l'omicidio di Tonino) non appare incongrua rispetto alle atmosfere sino a quel momento messe in campo. Eppure tutto questo diventa per Luigi un qualcosa di definito, che dà senso alla sua esistenza e lo riporta al suo gesto iniziale/iniziatico, mettendolo di fronte al proprio non potersi affrancare da tutto. Per questo alla fine è lui a risolvere comunque il "giallo" creatosi nel frattempo. L'ordine che si ristabilisce però non è conciliatorio, pur chiudendosi con un abbraccio tra fratelli e con la risoluzione dei conflitti particolari, ma ha il sapore di un equilibrismo che non scontenti le ragioni del sangue e quelle dell'apparenza, senza affrontare alla radice il problema del convivere e l'incapacità di riconciliarsi. Ma questo alla fine è un particolare secondario, perché d'altronde Rubini non giudica i suoi personaggi, li osserva anzi con l'interesse di chi è ben conscio di non potersi permettere una via d'uscita da una conflittualità che è parte integrante dell'essere granelli della stessa terra, di una passionalità inderogabile. Per lo stesso motivo il suo film ha un sapore quasi epico, evidente nella maestosità dei movimenti di macchina, quasi sempre ascensionali, a descrivere la verticalità di un universo consolidato, seppure nella terra e nel radicamento a terra trovi la sua maggiore forza. Il Sud del film è uno stato dell'anima abitato da corpi-freak, da volti scavati dalla vita, osservati con intensità quasi western, ogni altra speculazione è poco opportuna e qualsiasi tentativo di spiegarla è un dialogo muto nel frastuono di un viaggio fra zone di luce e d'ombra.

Regia: Sergio Rubini

Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, Paolo Briguglia, Massimo Venturiello, Emilio Solfrizzi, Sergio Rubini

Distribuzione: Medusa

Durata: 112'

Origine: Italia, 2006
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