“D’Artagnan” di Peter Hyams

Hyams costruisce eleganti composizioni pittoriche ma, quando la dinamicità prende il sopravvento sull’organizzazione predefinita dello spazio, non riesce a contenere dentro l’inquadratura tutta la furia del balletto acrobatico

Ripercorrere cinematograficamente il classico di Dumas non è di per sé aleatorio, tante sono le strade percorribili, diversi i registri praticabili. Peter Hyams in nome della modernità si fa carico di modellare il suo pastiche sulla creta impastata di certo cinema d’importazione hongkonghese, e sugli scarti di lavorazione del moschettiere postmoderno per antonomasia Indiana Jones. Contaminazioni d’ogni genere che sembrano adagiarsi sullo spirito da avventuriero boccaccesco riferibile non tanto alla trilogia di Dumas ma piuttosto a colui che la ispirò, Gatien Courtilz de Sandras. Niente da dire sulla scelta linguistica, sull’inserimento di nuovi personaggi e su un intreccio marziano rispetto al tipico canovaccio, vicino a “La lama di D’Artagnan” di Budd Boetticher e negli intenti al dissacrante “I tre moschettieri” di Richard Lester. Hyams si serve del bravo coreografo Xiong Xin Xin per contagiare le canoniche scene d’azione con una sequela di svolazzamenti asiatici. Dopo “Matrix” e “Charlie’s Angels” tocca alla cappa di D’Artagnan d’essere innalzata dalla leggera brezza del wu-xia-pian che da Hong Kong, da un po’ di anni, tira verso occidente. Un vento che, ammaestrato dagli artigiani della coreografia di genere come Yuen Woo-ping de “La tigre e il dragone” e il già citato Xiong Xin Xin, si fa largo con eleganza tra le inquadrature di un cinema lontano anni luce dalla cultura orientale. Proprio qui, infatti, risiede il limite di “D’Artagnan”. Hyams sembra non essere pienamente padrone nel gestire le funamboliche scene d’azione che sotto la briglia sciolta del coreografo si esprimono ignare della forza di gravità. Hyams (anche direttore della fotografia) costruisce con cura bei quadri, eleganti composizioni pittoriche ma, quando si trova a gestire il movimento, quando la dinamicità prende il sopravvento sull’organizzazione predefinita dello spazio, non riesce a contenere dentro l’inquadratura tutta la furia del balletto acrobatico. Cosa penalizzante se pensiamo che l’esile sceneggiatura sembra scritta solo in funzione delle scene d’azione, unici momenti topici della pellicola. Titolo originale: The Musketeer
Regia: Peter Hyams
Sceneggiatura: Gene Quintano
Fotografia: Peter Hyams
Montaggio: Terry Rawlings
Musica: David Arnold
Scenografia: Millie Burns
Costumi: Raymond Hughes
Interpreti: Justin Chambers (D’Artagnan), Catherine Deneuve (regina Anna), Mena Suvari (Francesca Bonacieux), Stephen Rea (Cardinal Richelieu), Tim Roth (Febre), Nick Moran (Aramis), Steven Spiers (Porthos), Jan Gregor Kremp (Athos), Bill Treacher (Bonacieux), Daniel Mesguich (King Louis)
Produzione: Rudy Cohen, Moshe Diamant, Mark Damon, Limor Diamant, Jan Fantl
Distribuzione: Mediafilm
Durata: 105’
Origine: Germania, Francia, Lussemburgo, 2001


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